sabato 27 febbraio 2016

Ricordando Bruno A. (...)


Se abbiamo ancora il tempo di leggere cose fuori dal mondo attuale, questa è una di quelle. Infatti quell’ intimità tra passato e presente che anima ognuno di noi è una delle conquiste personali  ed il lascito più prezioso per il  futuro che verrà.
Ma come tutte le conquiste, tutti i viaggi e tutte le avventure, anche questa contiene un rischio poiché il viaggiatore vede modificarsi la propria natura durante il viaggio e a causa del viaggio.  E quando si torna “a riveder le stelle” non è lo stesso che partire alla scoperta della vita. Per questo motivo ogni avventura del nostro presente è ancora incompiuta, apre una strada che porta ad una terra ancora incognita e che deve essere ancora percorsa.
Ebbene questo viaggio è cominciato tanto tempo fa.

Conosco una ragazza che , nel 1967, come a tutti i giovani, le accadde di innamorarsi di un compagno di scuola.  Era “un tipo” molto divertente, brillante, ironico, creativo, che riusciva a mettere in difficoltà i professori (e questa era la cosa che le piaceva moltissimo) ed era anche il cantante della band dell’ Istituto di Chimica che frequentavano entrambi. In una sera di maggio mentre lei stava studiando a casa di una sua amica, quel ragazzo in una fuga protetta dagli amici dal collegi,  la raggiunse per dichiararle quanto le piacesse il suo modo di essere e di pensare e come sarebbe stato felice di essere il suo ragazzo e mentre parlava lei non credeva che potesse essere vero. E mentre erano a parlare con i cuori palpitanti sul balcone di quella casa,  illuminato dalle stelle appena apparse in quella lontana sera di primavera le disse che “…vedi quella stella lassù nel cielo? Quella sei tu e sarai la mia stella per sempre.” 
Ma quella ragazza ingenua, non credette  a quella dichiarazione di affetto così inaspettato perché non aveva dentro di se “le prove” dell’autenticità di quelle parole e così accadde che quel bacio che quell’innamorato le stava dando lei lo rifiutò perdendo per sempre l’opportunità di credere in ciò che è possibile .

Ho saputo poi che il destino donò ad entrambi un' esperienza modificata di una vita felice e che stanno ancora combattendo per mantenerla tale. Posso dire che a me non sarebbe mai accaduto. Quel bacio su quel balcone, sotto le stelle,  lo avrei dato io. Nell’esperienza del passato credo sia giusto trovare il coraggio di elaborare tutte le possibilità di mettere alla prova le risorse di cui disponiamo per realizzare tutti quei i progetti che non debbono mai restare chiusi  nel cassetto. Diamoci la possibilità di comunicare sempre con il cuore e la mente, per crescere e per cercare soluzioni.
Abbiamo tutti bisogno di trovare nuove proposte e stili di vita che rispettino la voglia di conoscenza affettiva e scientifica insieme alla  speranza di nuove prospettive.

Chi vuol essere lieto sia:di doman non v’è certezza

Il Canto scritto da Lorenzo Il Magnifico nel 1464 ci ricorda il carpe diem quam minima credula postero di Orazio ma noi, in questo anno,  con un presente che incalza non possiamo perdere altro tempo. Penso che il dialogo, in questo mondo contemporaneo,  sia il nostro unico riferimento che ci potrà aiutare in questo accerchiamento quotidiano di non conoscenza della verità, separazioni, divisioni, incapacità politica di trovare soluzioni per quella sciagurata mancanza di progetti e prospettive su tutto.

Sgariglia, Savelli, Scarlattini, Teodori, Manoni, Grazi, Cipriani...
La Classe A dell' Istituto di Chimica Industriale di Fabriano


Brivio: Bruno Ambrosi, artigiano amante dell’arte e ''degli altri'', si è spento a 64 anni - 1 agosto 2012
“Sei una grande anima” aveva detto di lui un incarnato buddista a cui aveva aperto le porte della sua abitazione insieme a una trentina di altri monaci. E la “grande anima” di Bruno Ambrosi è emersa anche oggi, nel giorno in cui parenti e amici gli hanno tributato l’ultimo saluto nella parrocchia di Brivio, paese a cui tanto aveva dato, ricambiando l’affetto con cui lui e la moglie Anna, la compagna di una vita, erano stati accolti. “Ci voleva un uomo venuto dal mare per portare i nostri ragazzi in montagna”, dicevano di lui i briviesi anni addietro, ricordando le sue origini marchigiane e il suo impegno, sia nell’ambito del Geb sia in quello dell’oratorio, per far scoprire ai giovani il piacere delle escursioni. “Dove c’era da fare, lui c’era” ricorda ora la signora Anna citando ad esempio l’impegno profuso dal marito in comune, sempre tra i banchi dell’opposizione, e in associazioni come l’Alveare, il Mato Grosso, Les Cultures e le realtà legate alle vacanze terapeutiche per i bambini ucraini coinvolti, loro malgrado, nel disastro di Chernobyl.Oggi abbiamo “nipoti” in Ucraina, spiega Anna, insegnate in pensione che, per inseguire il sogno dell’incarico fisso, accettò il posto offertole presso la scuola briviese, “costringendo” così Bruno a seguirla nella verde e sconosciuta Brianza.Sono i figli dei ragazzi che per tanti anni abbiamo ospitato. La nostra casa è sempre stata aperta a tutti. Mi diceva sempre: non abbiamo i soldi per girare il mondo, allora facciamo venire il mondo a casa nostra. E’ sempre stato una persona generosa, contagiando anche me, che non lo ero. Ogni tanto gli chiedevo di fare noi una vacanza e lui rispondeva sempre con un “vedremo” che non arrivava mai. Per la nostra casa, sono così passati buddisti, hare krishna, polacchi, bulgari…”.
64 anni, artigiano, Bruno Ambrosi è stato tra i fondatori del colorificio Viba.Era quasi un ingegnere chimico, un creatore di ricettecommenta Anna. “La nostra vita è stata tra artisti, poeti e scrittori seppure Bruno non fosse né uno né altro né altro ancora. Abbiamo seguito questi hobbies che ci hanno fatto crescere insieme”. Parla al plurale la signora Ambrosi e assicura che continuerà a farlo anche ora che il suo Bruno non c’è più. Sposi quando lei aveva appena vent’anni, sono cresciuti insieme, condividendo ogni cosa.Per tanti anni abbiamo seguito tanti giovani artisti organizzando anche mostre a Brivio. Ora anche uno dei nostri due figli è un patito d’arte: forse abbiamo seminato (abbastanza) bene”.
Dieci anni fa, la scoperta della malattia e poi il trapianto di fegato, nella speranza di modificarne il corso: si è anche proposto come “cavia”, credeva nella scienza e nella medicina, voleva certamente guarire lui stesso ma ha sempre pensato anche che con lo studio si potrà in futuro salvare la vita degli altri. Essendo da sempre iscritti all’Aido, ho un unico “cruccio” se così può dire: non abbiamo potuto donare alcun organo perché troppo compromessi dalla malattia. Sulle carte, abbiamo comunque invitato a devolvere all’Aido delle offerte, convinti che la vita continua anche in questo modo.
Residente da anni a Villa d’Adda ma ancora legatissima all’amata Brivio, la famiglia Ambrosi, ha scelto di celebrare il rito funebre nella parrocchia dei Santi Sisinio, Martirio e Alessandro con don Gino celebrante. Toccante e, a dimostrazione della grandezza di Bruno, uno dei ricordi lasciati nel libro messo a disposizione delle tantissime persone che gli hanno tributato l’ultimo saluto. In una pagina, infatti, il pensiero di un fornitore, giunto apposta per le esequie, da Brescia. Aveva incontrato mio marito per 5 o 6 ore” spiega la moglie. “Il primo approccio per lavoro, poi si erano rivisti a Mantova a una mostra. In poco tempo, gli ha fatto capire il valore dell’arte e per questo quell’ uomo è venuto apposta per salutarlo. Con lui, una folla composta cinta intorno ai figli Giacomo e Simone e a lei, la signora Anna, la dolce metà di Bruno che ne preserverà il ricordo.

Tutta la Classe A al Laboratorio di Chimica

Bruno A.


Lacken, sabato 27 settembre 2016

Il discorso dell'amore - Paolo Borsellino



Il nuovo libro di Enrico Deaglio – “ Il vile agguato“(Feltrinelli) – è dedicato alle indagini sulla strage di via D’Amelio a Palermo in cui fu ucciso il magistrato Paolo Borsellino assieme a cinque agenti della sua scorta, il 19 luglio 1992. Il libro si conclude con una “succinta cronologia degli ultimi cinquantasei giorni di vita di Paolo Borsellino, compresi avvenimenti che avevano a che fare con lui, ma di cui non era a conoscenza”. Il Post pubblicherà in sequenza, assieme al secondo capitolo del libro, la successione di quegli eventi, a vent’ anni di distanza.




A un mese di distanza dalla strage di Capaci, Paolo Borsellino ricorda Giovanni Falcone davanti a circa mille esponenti di associazioni antimafia di Palermo, nel cortile di Casa Professa, centro dei gesuiti palermitani. Il suo discorso – emozionato, senza diplomazie, senza linguaggio giuridico, semplicemente terribile – viene continuamente interrotto da ondate di applausi, irrefrenabili. Nelle parole del giudice incombe la presenza di una tragedia compiuta e di un’altra che sta per esserlo.

È l’ultimo intervento pubblico di Borsellino, che indossa giacca e cravatta.


 “Il discorso dell’amore”.

Paolo Borsellino: discorso in memoria di Falcone

“Giovanni Falcone lavorava con perfetta coscienza che la forza del male, la mafia, lo avrebbe un giorno ucciso. Francesca Morvillo stava accanto al suo uomo con perfetta coscienza che avrebbe condiviso la sua sorte.


Gli uomini della scorta proteggevano Falcone con perfetta coscienza che sarebbero stati partecipi della sua sorte.


Perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione, perché non si è turbato, perché è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? Per amore!


La sua vita è stata un atto d’amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato.


Perché se l’amore è soprattutto ed essenzialmente dare, per lui, e per coloro che gli sono stati accanto in questa meravigliosa avventura, amare Palermo e la sua gente ha avuto e ha il significato di dare a questa terra qualcosa, tutto ciò che era ed è possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la patria cui essa appartiene.


[…] Per lui la lotta alla mafia non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, che coinvolgesse tutti specialmente le giovani generazioni […], le più adatte a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità, e quindi della complicità.


Ricordo la felicità di Falcone […] quando in un breve periodo d’entusiasmo, conseguente ai dirompenti successi originati dalle dichiarazioni di Buscetta, egli mi disse: “La gente fa il tifo per noi”.


[Qui Borsellino si ferma per quasi due minuti, per gli applausi che lo sommergono]
Questa stagione del “tifo per noi” sembrò durare poco, perché ben presto sopravvenne il fastidio e l’insofferenza al prezzo che per la lotta alla mafia doveva essere pagato dalla cittadinanza. Insofferenza alle scorte, insofferenza alle sirene, insofferenza alle indagini, insofferenza che finì per legittimare un garantismo di ritorno, che ha finito per legittimare, che ha finito a sua volta per legittimare provvedimenti legislativi che hanno estremamente ostacolato la lotta alla mafia, il loro codice di procedura penale. 

E adesso hanno fornito un alibi a chi, dolosamente spesso, colposamente ancor più spesso, di lotta alla mafia non ha più voluto occuparsi.


In questa situazione Falcone andò via da Palermo.


Non fuggì ma cercò di ricreare altrove le ottimali condizioni per il suo lavoro. Venne accusato di essersi avvicinato troppo al potere politico. Non è vero!
Pochi mesi di dipendenza al ministero non possono far dimenticare il lavoro di dieci anni.


E Falcone lavorò incessantemente per rientrare in magistratura, in condizioni ottimali. Per fare il magistrato, indipendente come lo era sempre stato. Morì, è morto, insieme a sua moglie e alle sue scorte e ora tutti si accorgono quali dimensioni ha questa perdita, anche coloro che, per averlo denigrato, ostacolato, talora odiato, hanno perso il diritto di parlare.


Nessuno tuttavia ha perso il diritto, e anzi il dovere sacrosanto, di continuare questa lotta… La morte di Falcone e la reazione popolare che ne è seguita dimostrano che le coscienze si sono svegliate e possono svegliarsi ancora.


Sono morti per noi e abbiamo un grosso debito verso di loro e dobbiamo pagarlo gioiosamente, continuando la loro opera; facendo il nostro dovere, rispettando le leggi, anche quelle che ci impongono sacrifici, rifiutando di trarre dal sistema mafioso anche i benefici che potremmo trarre (anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro); collaborando con la giustizia, testimoniando i valori in cui crediamo, anche nelle aule di giustizia: accettando in pieno questa gravosa e bellissima eredità.
Dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo”.

(È raro trovare, nell’intera storia d’Italia, un discorso pubblico di questa drammaticità, mancanza di tutela, e idealismo.)


Paolo Borsellino

"E' normale che esiste la paura, in ogni uomo, l'importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti." Paolo Borsellino

Intervista a Paolo Borsellino , 1992