giovedì 28 aprile 2016

“Ciascuno realizza se stesso nella propria stortura” Massimo Recalcati



La percezione e comunicazione del patrimonio nel contesto multiculturale
Sessione – La percezione del patrimonio culturale nella scuola

Convegno finale del progetto di Ateneo CROSS-cultural Doors. The perception and Communication of cultural heritage for audience development and rights of citizenSHIP in Europe. a cura dei Dipartimenti di Scienze della formazione, dei beni culturali e del turismo e di Studi umanistici dell’Università di Macerata
Aula Magna Università – 15,00

Antonio Motta
L’archivio Sciascia
introduce Lucia Tancredi
DUMA – 18,30

La tempesta
di W. Shakespeare
spettacolo allievi laboratorio teatrale
a cura di Antonio Mingarelli e Davide Quintili
Parco di Fontescodella – 19,00

Massimo Recalcati
Gli inciampi del desiderio
Teatro Lauro Rossi – 21,15



Maiolati Spontini, giovedì 28 aprile 2016

mercoledì 27 aprile 2016

Genocidio degli Armeni




Cerimonia giorno massacro degli armeni anno con George Clooney e Shirin Ebadi

#George Clooney e #Shirin Edabadi #Armenia



Nei giorni di sabato e domenica (23 e 24 aprile 4-MAGGIO 5) cerimonia inizio giornata dal massacro degli armeni in l'impero ottomano con la capitale dell'Armenia Yerevan
Il tema della cerimonia, George Clooney, attore e attivisti per i diritti umani per discutere di brevetto su uno dei due si comitato per il Nobel ha scelto i diritti umani dei "Aurora".
Vicino a Clooney, Shirin Ebadi, gli attivisti per i diritti umani e solo irani ha vinto il premio Nobel per la pace è anche uno dei membri di questo comitato organizzerà.

Questo Comitato, il premio di un milione di dollari " Aurora per risvegliare l'umanità "



Nell'anno 2016 da parte della rappresentanza dei sopravvissuti del massacro da armeni " Marguerite Brạnkyts " attiva di beneficenza Burundi “..
La prova che di concessione alla signora Brạnkyts , meraviglioso essere nella sua vita e migliaia di profughi e bambini nell'anno in corso la  guerra civile è stata dichiarata.


Con il termine genocidio armeno, talvolta olocausto degli armeni o massacro degli armeni, si indicano le deportazioni ed eliminazioni di armeni perpetrate dall' Impero ottomano tra il 1915 e il 1916,che causarono circa 1,5 milioni di morti.
Gli armeni usano l'espressione Medz Yeghern (in lingua armena Մեծ Եղեռն, "grande crimine") o Հայոց Ցեղասպանութիւն (Hayoc' C'eġaspanowt'yown), mentre in turco  esso viene indicato come Ermeni Soykırımı"genocidio armeno", a cui talvolta viene anteposta la parola sözde, "cosiddetto" o Ermeni Tehciri "deportazioni armeni".
Tale genocidio viene commemorato dagli armeni il 24 aprile.
Nello stesso periodo storico l'  Impero Ottomano aveva condotto (o almeno tollerato) attacchi simili contro altre etnie (come gli assiri e i greci), e per questo alcuni studiosi credono che ci fosse un progetto di sterminio.
Sul piano internazionale, ventuno stati hanno ufficialmente riconosciuto come genocidio gli eventi descritti.


Maiolati Spontini, mercoledì 27 aprile 2016 

venerdì 22 aprile 2016

Il ‘pianista fuori posto’ suona in piazza come su un palcoscenico


Paolo Zanarella ha incantanto tutti con le sue melodie: i passanti incuriositi si sono fermati ad ascoltarlo 
Jesi (Ancona), 22 aprile 2016 - Paolo Zanarella, il «pianista fuori posto» approda a Jesi. Sistemato il pianoforte davanti al teatro Pergolesi stamattina ha iniziato a suonare come su un palcoscenico.Tanti i passanti curiosi a fermarsi per ascoltare le melodie, ma qualcuno, probabilmente infastidito dal suono, ha allertato la polizia locale.
Sopraggiunti sul posto gli agenti stanno verificando se quel pianista «misterioso» abbia tutte le carte in regola per suonare. «Sono pianista fuori posto e amante dell’improvvisazione, padovano di Campo San Martino – dice di se stesso Zanarella -.La storia d’amore tra me e il pianoforte inizia all’età di dieci anni: mi piace il suono del pianoforte, e mi piace sentire che suona nelle reinterpretazioni musicali che sono espressioni intimistiche, di melodie che improvviso, di musiche che ascolto e che mi emozionano. Lo faccio per portare la musica ovunque, da qui il mio appellativo di ‘pianista fuori posto’ che con semplicità si mette al servizio di tutti, sulla strada, come provocazione, rottura degli schemi, la musica arriva ovunque, e io l’accompagno. Non lo faccio per lavoro, la mia è una vocazione, molti mi credono pazzo, sicuramente sono ‘fuori posto’ in questa società che mi vorrebbe vedere sopra un palco, io voglio stare in mezzo a voi, nei posti dove la musica di solito non arriva, io sono là».
 Maiolati Spontini, venerdì 22 aprile 2016

giovedì 21 aprile 2016

Don Milani, Danilo Dolci e Mario Lodi...







Don Milani, Danilo Dolci e Mario Lodi. Questi  grandi maestri del passato hanno saputo trasgredire il conformismo pedagogico della loro epoca e dimostrano ancora oggi come l’educazione debba essere continuamente reinventata. È quanto emerso oggi a educa nell’ambito dell’incontro organizzato dalla Fondazione Franco Demarchi.
Piergiorgio Reggio, docente dell’Università Cattolica di Milano e presidente della Fondazione Franco Demarchi insieme al ricercatore Diego Di Masi dell’Università di Pavia sono stati oggi i protagonisti del dialogo dedicato al pensiero, ma anche e soprattutto alle gesta educative concrete di tre grandi maestri del passato: Don Milani, Mario Lodi e Danilo Dolci. “C’è poca memoria – ha sostenuto Di Masi – di maestri che pure hanno lasciato il segno in ambito educativo”. La casa editrice Becco Giallo per dare traccia delle loro azioni ha pubblicato tre graphic novel che hanno reso loro omaggio: dedicando a Don Milani “Bestie, uomini e Dio”, a Mario Lodi “Pratiche di libertà nel paese sbagliato” e a Danilo Dolci “Verso un mondo nuovo, mediterraneo”. Tre opere di una collana che prevede ora pubblicazioni su Gianni Rodari e su Maria Montessori.
Ma cosa accomuna Lodi, Dolci e Don Milani, si sono chiesti i due esperti nel dialogo. “Sono nati nello stesso decennio del fascismo, in luoghi di provincia che ispiravano la trasformazione e l’innovazione educativa. Le comunità nelle quali hanno agito sono state determinanti per il successo delle loro azioni. Avevano inoltre in comune la passione per l’arte. Di Masi ha presentando la grafic novel dedicata a Lodi ha sottolineato come faccia emergere l’aspetto politico di questo maestro,  il suo impegno quotidiano con i bambini, il suo puntare sula partecipazione e la collaborazione. “In Lodi troviamo vere e proprio pratiche di cittadinanza e l’infanzia assume una dimensione sociale e politica, oggi divenuta più introspettiva”.
Reggio, autore del libro “Lo schiaffo di Don Milani – il mito educativo di Barbiana”, ha spiegato come Lodi e Don Milani abbiano educato “con il fare concreto dei ragazzi. Per Don Milani da ogni cosa si può apprendere, purché ci sia il passaggio della trasformazione. Nella sua esperienza l’elemento della giustizia è sempre presente e nonostante nasca in luoghi rurali, la scuola di Lodi e Don Milani è viva”.
Infine Danilo Dolci è stato ricordato per i suoi scioperi “alla rovescia” e per le azioni collettive nonviolente condotte con il digiuno, per il suo documentare e denunciare il dominio mafioso in  Sicilia. “Lui dichiarava, annunciava le sue azioni – ha detto Di Masi – voleva che si parlasse di lui perché voleva che si parlasse della condizione della Sicilia”. L’impegno educativo di Dolci emerge dal suo operato basato sulla convinzione che nessun cambiamento possa prescindere dal coinvolgimento, dalla partecipazione diretta degli interessati e dalle competenze locali. Don Lorenzo Milani, Mario Lodi, Danilo Dolci con la loro testimonianza concreta hanno indicato le direzioni per costruire saperi validi non solo per sé, ma per la società. Questi maestri hanno cercato di liberare l’educazione trasgredendo le regole del conformismo pedagogico della propria epoca e creando nuove pratiche educative. Le loro lezioni costituiscono il filo rosso di un’educazione critica che richiede di essere continuamente reinventata nel contesto sociale e culturale attuale. “Si pensa sempre che l’educazione debba sempre servire a qualcosa – ha concluso Reggio – può darsi che a volte porti alla conoscenza, ma principalmente è un’attività che ha una valenza umana che aiuta a vivere”.

 Maiolati Spontini, giovedì 21 aprile 2016

domenica 17 aprile 2016

Una stanza tutta per sè...

Una stanza tutta per sé
Virginia Woolf
Nell'ottobre del 1928 Virginia Woolf fu invitata a tenere due conferenze sul tema “Le donne e il romanzo”. È l'occasione per elaborare in maniera sistematica le sue molte riflessioni su universo femminile e creatività letteraria
Monica Farnetti presenta “Una stanza tutta per sé” a Ferrara
La conferenza In Ariostea sarà dedicata a Virginia Woolf e al tema della condizione femminile nelle sue opere
Oggi, venerdì 15 marzo, alle 17 nella sala Agnelli della biblioteca Ariostea si terrà la conferenza di Monica Farnetti, dedicata a Virginia Woolf e ai temi affrontati nelle sue opere, in riferimento soprattutto alla condizione femminile.
L’idea è arrivata come un fulmine a ciel sereno, mentre leggevo un saggio di Virginia Woolf, che s’intitola appunto “Una stanza tutta per sé”, scritto in seguito a due conferenze che l’autrice tenne nel 1928, in due diverse università femminili.

Ho voluto riprendere il titolo del libro, che mi ha colpito fin dal primo momento e che, a lettura terminata, mi è rimasto profondamente impresso per il suo significato.
La figura della stanza viene vista come luogo pregno di significato metaforico oltre che fisico, un ambiente intimo, sinonimo di libertà di riflessione ed indipendenza: un luogo ed una condizione personale che ogni essere umano dovrebbe avere la possibilità di sperimentare e raggiungere.
Tutto ciò che scrivo nella mia stanza nasce dalla mia mente: pensieri, problemi, esperienze, risate, lacrime, sorrisi, urla, brividi, emozioni, speranze, visioni, deliri e bolle di sapone.
Miei, solo miei.
Libero di prendere ciò che più gradisci, ma ricordati chi citare.
Nel caso avessi qualche dubbio rileggi dall’inizio e chiarisciti le idee.
Many thanks
L’appuntamento, dal titolo ‘Virginia Woolf. Una stanza tutta per sé’, rientra nel ciclo ‘Percorsi etici nel novecento europeo’ a cura dell’istituto Gramsci e dell’istituto di storia contemporanea di Ferrara e sarà introdotto da Anna Maria Quarzi.
“Immaginiamo cosa sarebbe successo se Shakespeare avesse avuto una sorella, meravigliosamente dotata chiamata Judith”: parte da questa ipotesi la riflessione di Virginia Woolf sul rapporto tra donne e scrittura, lettura, creatività letteraria, vita e mente.
Una riflessione che si allarga e si infiamma sino a diventare un vero e proprio manifesto sulla condizione femminile dalle origini ai giorni nostri, e che ha costituito una lettura imprescindibile per tutte le donne del mondo.
Nel 1929, nella fase centrale del percorso umano, letterario, artistico di Virginia Woolf (Londra 1882 – Rodmail 1941), si colloca il breve lavoro “Una stanza tutta per sé” recentemente edito nella serie “La biblioteca di Libero” col numero trentanove. L’opera riprende e completa  quanto dall’autrice era stato detto in due conferenze tenute nel 1928 presso due sedi universitarie femminili, la Arts Society di Newnham e la Odtaa di Girton.
Si tratta di un saggio dove in uno stile scorrevole e di facile comprensione la Woolf percorre la storia, soprattutto quella culturale, dai primordi ai suoi giorni evidenziando come la donna abbia avuto in essa un posto sempre ridotto, come non le sia mai stato possibile ottenere “una stanza tutta per sé”, un luogo della casa, cioè, dove potersi dedicare a quell’attività di riflessione, di pensiero richiesta dal concepimento e realizzazione di un’opera letteraria, musicale, figurativa, scenica, scientifica o altra. E non solo “una stanza” ma anche una  rendita annuale (almeno cinquecento sterline) sarebbero occorse ad una donna perché acquistasse quella “libertà intellettuale nel cui seno nascono le grandi opere”. Invece per secoli i tempi, i costumi hanno negato a lei tutto questo  e soltanto adesso, scrive la Woolf, si può dire che lo stia ottenendo come dimostra la sua presenza negli ambiti di lavoro, compreso quello intellettuale.
Un saggio, questo libro, ed  una contestazione, una protesta contro quanto, nella storia, è avvenuto riguardo alla donna anche se lo si deve riconoscere come inevitabile. Lunghe e attente sono le divagazioni che l’opera contiene e che offrono la possibilità di conoscere la posizione della scrittrice e soprattutto quanto, per lei, è collegato con la produzione artistica. Per la Woolf si può pervenire all’arte solo se ci si libera da tutti gli impedimenti che la vita comporta, soltanto se si giunge ad una dimensione sottratta ad ogni contingenza. Si deve vivere solo d’idea se si vuole ottenere un messaggio come l’artistico che supera la quotidianità in nome dell’eternità, il finito in nome dell’infinito, dell’universale. Ogni peso comportato dalla materia deve essere superato ché l’arte è soltanto spirito: far questo, in passato, non si è mai reso possibile per le donne tranne in qualche caso. Esse sono state sempre costrette ad assumersi obblighi, incarichi, mansioni di carattere pratico, materiale, sono state quasi unicamente figlie, mogli, madri, nonne quando non serve o schiave e, perciò, impedite a pensare ad altro. Né per gli uomini è stata sempre possibile quella “libertà intellettuale” che sola conduce all’arte dal momento che soltanto una condizione di vita agiata, sicura, sostiene la Woolf, può garantirla mentre la povertà, la contingenza costringono ad impegni più immediati, più concreti.
Piuttosto limitato, riduttivo risulta il discorso della scrittrice: si vorrebbe riportare a  schemi fissi, unici, inalterabili un fenomeno come l’artistico che, invece, è molto più ampio e più mosso; si vorrebbero stabilire, fissare gli elementi, i modi necessari per pervenire all’arte come se questa fosse un risultato possibile a chiunque segua una determinata linea di condotta. Sbaglia o almeno esagera la Woolf in questo forse perché nel 1929, quando lo ha scritto, l’atmosfera culturale era improntata ad uno spiritualismo così acceso che poteva far alterare i termini di una questione letteraria. La cultura positivista era definitivamente tramontata e pensatori come Freud, Nietzsche, Bergson, avevano rivelato l’esistenza ed evidenziato l’importanza di quanto avviene dietro le apparenze, di quella vita interiore che determina e condiziona l’esteriore. In filosofia, letteratura, arte, i valori dell’idea, dello spirito avevano annullato quelli della realtà , della materia e la Woolf, che parlava di liberazione da ogni peso compreso quello del proprio corpo, va inserita in questo clima così prodigo d’idee e teorie. Inoltre era finita, per lei, la prima fase della produzione, quella realista, ed era pervenuta ad opere come “La signora Dalloway”, “Gita al faro”, “Orlando”, nelle quali le tecniche del “flusso di coscienza”, del “monologo interiore”, l’avevano condotta a vivere e rappresentare i suoi famosi “momenti d’essere”, pensieri, ricordi, sogni, cioè, sottratti allo scorrere del tempo e da riconoscere come infiniti, universali, eterni.
Un’altra, questa, delle cause delle esagerazioni della Woolf?




Maiolati Spontini, domenica 17 aprile 2016



lunedì 4 aprile 2016

I ritratti della solitudine di Edward Hopper

Edward Hopper (Nyack 22 luglio 1882 - New York 15 maggio 1967) è stato un pittore statunitense famoso soprattutto per i suoi ritratti della solitudine nella vita americana contemporanea.  





Edward Hopper 25/03/2016 - 24/07/2016
Palazzo Fava  Via Manzoni, 2 40121 Bologna

Da venerdì 25 marzo 2016 a Palazzo Fava – Palazzo delle Esposizioni di Bologna Genus Bononiae ospita la mostra Edward Hopper.

Prodotta e organizzata da Fondazione Carisbo, Genus Bononiae. Musei nella Città e Arthemisia Group in collaborazione con il Comune di Bologna e il Whitney Museum of American Art di New York, darà conto dell’intero.

Oli, acquerelli, carboncini e gessetti del celebre artista newyorkese, icona dell’arte americana del Ventesimo secolo,  molti dei quali provenienti dalla collezione del Whitney Museum of American Art di New York.



Hopper nacque il 22 luglio del 1882 a Nyack, piccola cittadina sul fiume Hudson , nel sud-est dello stato di New York. I suoi genitori, Garret Henry ed Elisabeth Griffiths Smith, erano titolari di un negozio di tessuti e provenivano dalla piccola borghesia angloamericana. Già dall'età di cinque anni Edward Hopper dimostrava una spiccata abilità nel disegno. I suoi genitori, scoperta questa dote, lo incoraggiarono facendogli leggere riviste e libri sull'arte. Nel 1895  dipinse il suo primo quadro  dove mostrava particolare interesse verso le navi e tutto ciò che è legato ad esse. Nel 1899  si iscrisse a un corso per corrispondenza presso la New York School of Illustrating.


Nel 1900 cominciò a frequentare la New York School of Art, diretta da William Merritt Chase, seguace dell' impressionismo europeo. Nell'istituto si trovò a fianco di altri futuri protagonisti della scena artistica americana dei primi anni cinquanta  Guy Pene du Bois  Rockwell Kent , Eugene Speicher e George Bellows. Importante per la sua formazione e crescita fu il contatto con lo stesso William Merrit Chase, che lo avrebbe incitato a studiare, e con Robert Henri, titolare del suo corso di pittura, fautore del realismo e figura guida della Ashcan School, un gruppo di pittori che contestava il manierismo imperante all'inizio del secolo e sosteneva invece la trasposizione diretta della vita nelle strade sulla tela. Di questi primi anni è un gruppo di autoritratti  dipinti a grosse pennellate su fondo scuro, in cui si avverte già il tentativo di esprimersi attraverso la luce. Terminato il corso di studi, nel 1906 compì il suo primo viaggio a Parigi, prendendo alloggio alla Missione Battista in Rue de Lille, non lontano dal Louvre. Fu affascinato dalla pittura impressionista e dai poeti simbolisti nell'Upper East Side di Manhattan  da Robert Henri per presentare le opere dei suoi allievi, ma i critici ignorarono il suo lavoro. Per mantenersi durante quel periodo, trovò lavoro come illustratore pubblicitario per la C. C. Phillips & Company. Questa occupazione costituì per lui fino al 1925 l'unica fonte di reddito.
A differenza di molti altri artisti americani, che come lui avevano esordito come illustratori, Hopper non gradiva quel tipo di lavoro. In un'intervista rilasciata nel 1935 al New Yoork Post dichiarò: «Sono stato sempre molto attratto dall'architettura, ma i direttori dei giornali vogliono gente che muove le braccia». Se è vero che nelle sue opere mature il movimento o le interazioni tra i personaggi sono ridotte al minimo, è pur vero che l'esperienza acquisita come illustratore gli servì da stimolo a ricercare l'essenziale in pochi dettagli rivelatori.


Nel 1900  cominciò a frequentare la New York School of Art, diretta da William Merritt Chase, seguace dell' impressionismo europeo. Nell'istituto si trovò a fianco di altri futuri protagonisti della scena artistica americana dei primi anni cinquanta  Guy Pene d Bois , Rockewell Kent . Eugene Speicher  e George Bellows. Importante per la sua formazione e crescita fu il contatto con lo stesso William Merrit Chase, che lo avrebbe incitato a studiare, e con Robert Henri, titolare del suo corso di pittura, fautore del realismo  e figura guida della Ashcan School, un gruppo di pittori che contestava il manierismo imperante all'inizio del secolo e sosteneva invece la trasposizione diretta della vita nelle strade sulla tela. Di questi primi anni è un gruppo di autoritratti dipinti a grosse pennellate su fondo scuro, in cui si avverte già il tentativo di esprimersi attraverso la luce. Terminato il corso di studi, nel 1906  compì il suo primo viaggio a Parigi, prendendo alloggio alla Missione Battista in Rue de Lille, non lontano dal Louvre Fu affascinato dalla pittura impressionista e dai poeti simbolisti. Tornato in patria, nel 1908 partecipò con un suo dipinto a una mostra collettiva organizzata nell'Upper East Side di Manhattan da Robert Henri per presentare le opere dei suoi allievi, ma i critici ignorarono il suo lavoro. Per mantenersi durante quel periodo, trovò lavoro come illustratore pubblicitario per la C. C. Phillips & Company. Questa occupazione costituì per lui fino al 1925  l'unica fonte di reddito.


A differenza di molti altri artisti americani, che come lui avevano esordito come illustratori, Hopper non gradiva quel tipo di lavoro. In un'intervista rilasciata nel 1935 al New York Post  dichiarò: «Sono stato sempre molto attratto dall'architettura, ma i direttori dei giornali vogliono gente che muove le braccia». Se è vero che nelle sue opere mature il movimento o le interazioni tra i personaggi sono ridotte al minimo, è pur vero che l'esperienza acquisita come illustratore gli servì da stimolo a ricercare l'essenziale in pochi dettagli rivelatori.
successo. Pur rimanendo francofilo per tutto il resto della vita (oltre ad avere un'assoluta padronanza della lingua Hopper amava leggere i classici della letteratura francese  in versione originale), alla ricerca di uno stile autenticamente americano, abbandonò le nostalgie europee che lo avevano influenzato sino a quel momento ed iniziò ad elaborare soggetti legati alla vita di tutti i giorni. Tra i soggetti che prediligeva vi erano soprattutto immagini urbane di New York  e le scogliere e spiagge  del vicino New England, in particolare paesaggi di  Ogunquit e dell' isola di Monhegan nel Maine.


Nel 1913 si tenne a New York  l'Armory Show, la prima mostra che introduceva al pubblico degli Stati Uniti la pittura  delle avanguardie europee. Hopper partecipò a questa mostra con il suo dipinto Sailing che fu venduto per 250 dollari. Qualche mese dopo la morte di suo padre, avvenuta in settembre dello stesso anno a Nyack, Edward Hopper si trasferì all'ultimo piano del numero 3 di Washington Square, dove avrebbe lavorato e vissuto per tutto il resto della sua vita.


Dal 195  abbandonò temporaneamente la pittura per perfezionarsi nella tecnica dell incisione  (di cui poi dirà che gli era stata utile per "cristallizzare" il suo stile pittorico), eseguendo puntosecche e acqueforti  grazie alle quali ottenne numerosi premi e riconoscimenti, anche dalla prestigiosa National Academy of Design.
Nel 1918  fu uno dei primi membri del Whitney Studio Club, il più vitale centro per gli artisti indipendenti americani dell'epoca. Proprio al Whitney Studio nel 1920 tenne la sua prima personale, dove fra gli altri lavori venne esposto Soir bleu. Il titolo del dipinto si ispira al primo verso di Sensation, poesia di Arthur Rimbaud che parla dei piaceri del vagabondaggio. Hopper mette in scena sulla terrazza di un caféparigino un insieme di personaggi eterogenei: a destra una coppia di borghesi, a sinistra un protettore. Al centro, di spalle un ufficiale, di profilo un personaggio barbuto, probabilmente un artista, di fronte un pierrot e sullo sfondo una prostituta. Questo lavoro segna in qualche modo l'addio all'atmosfera felice che aveva segnato i suoi soggiorni francesi e all'Europa che lo aveva fino ad allora ispirato.


Fortemente criticata e perciò disconosciuta dall'autore, la tela, arrotolata e dimenticata, fu ritrovata nel suo studio solo dopo la sua morte ed è stata oggetto di un'attenta rivalutazione alla luce delle successive esperienze dell'artista e delle sue influenze europee.
 Nel 924 alcuni suoi acquarelli  furono esposti a Gloucester  nella galleria di Frank Rehn. La fortuna critica e il successo di pubblico diedero una significativa svolta alla carriera di Hopper, che finora si era guadagnato da vivere come illustratore di riviste. In quello stesso anno Hopper sposò Josephine Verstille Nivison, anch'ella ex-studentessa di Robert Henri alla New York School of Art. Josephine fu l'unica modella per tutti i personaggi femminili che avrebbe dipinto da allora in poi.

Il successo ottenuto con la mostra alla Rehn Gallery contribuì a fare di Hopper il caposcuola dei realisti che dipingevano la "scena americana". Nel 1925  la sua tela intitolata Apartment Houses venne acquistata dalla Pennsylvania Academy. Questo fu il suo primo lavoro a olio a entrare in una collezione pubblica e il primo quadro venduto dal 1913 in poi. Nel 1930 la famosa House by the Railroad, che sarebbe servita ad Alfred Hitchcock  come modello per la casa in stile "secondo impero americano" di Psyco, venne donata dal collezionista Stephen C. Clark al MoMA  di New York, entrando a far parte della collezione permanente del museo. Dopo tre anni, lo stesso MoMA gli dedicò la prima retrospettiva.


Nel 1934  Hopper acquistò una casa a Trutro , nella penisola di Cape Cod  dove da allora iniziò a passare regolarmente i mesi estivi. Il paesaggio di Cape Cod, con le sue dune, case e fari, si ritrova in molti suoi dipinti, come The House on The Hill  Cape Cod Evening o Cape Cod Morning. Il Whitney Museum of American Art gli dedicò la seconda retrospettiva nel 1950 , e nel 1956  la rivista TIME  gli rese omaggio con una copertina.
Hopper morì a 85 anni il 15 maggio 1967  nel suo studio nel centro di New York. Oggi è considerato uno dei grandi maestri americani, citato in qualche caso come precursore della Pop Art .

Hopper utilizzò composizioni e tagli fotografici simili a quelli degli impressionisti  che aveva visto dal vero a Parigi, ma di fatto il suo stile fu personalissimo e imitato a sua volta da cineasti e fotografi. La sua evocativa vocazione artistica si rivolgeva sempre più verso un forte realismo, che risulta la sintesi della visione figurativa combinata con il sentimento struggente e poetico che Hopper percepiva nei suoi soggetti. Diceva: "non dipingo quello che vedo, ma quello che provo".

La pittura di Hopper predilige architetture nel paesaggio, strade di città, interni di case, di uffici, di teatri e di locali. Le immagini hanno colori brillanti ma non trasmettono vivacità, gli spazi sono reali ma in essi c'è qualcosa di metafisico che comunica allo spettatore un forte senso di inquietudine. Non a caso Andrè Brerton  , nel suo esilio a New York, lo accostava a Giorgio de Chirico  in un'intervista pubblicata suView nel 1941. La composizione dei quadri è talora geometrizzante, sofisticato il gioco delle luci fredde, taglienti e volutamente artificiali, sintetici i dettagli. La scena è spesso deserta, immersa nel silenzio; raramente vi è più di una figura umana, e quando ve ne è più di una, sembra emergere una drammatica estraneità e incomunicabilità tra i soggetti. La direzione dei loro sguardi o i loro atteggiamenti spesso "escono dal confine del quadro", nel senso che si rivolgono a qualcosa che lo spettatore non vede. Di lui è stato detto che sapeva "dipingere il silenzio".


Particolare spazio nelle sue opere trovano le figure femminili. Cariche di significato simbolico, assorte nei loro pensieri, con lo sguardo perduto nel vuoto o nella lettura, si offrono spesso seminude ai raggi del sole trasmettendo solitudine, attesa, inaccessibilità. Una dimensione psicoanalitica che ha permesso di interpretare meglio le emozioni dell'artista.


Maiolati Spontini, lunedì 4 aprile 2016