Il nuovo libro di Enrico Deaglio
– “ Il vile agguato“(Feltrinelli) – è dedicato alle indagini sulla strage di
via D’Amelio a Palermo in cui fu ucciso il magistrato Paolo Borsellino assieme
a cinque agenti della sua scorta, il 19 luglio 1992. Il libro si conclude con
una “succinta cronologia degli ultimi cinquantasei giorni di vita di Paolo
Borsellino, compresi avvenimenti che avevano a che fare con lui, ma di cui non
era a conoscenza”. Il Post pubblicherà in sequenza, assieme al secondo capitolo del libro, la successione di
quegli eventi, a vent’ anni di distanza.
A un mese di distanza dalla strage di Capaci, Paolo Borsellino ricorda Giovanni Falcone davanti a circa mille esponenti di associazioni antimafia di Palermo, nel cortile di Casa Professa, centro dei gesuiti palermitani. Il suo discorso – emozionato, senza diplomazie, senza linguaggio giuridico, semplicemente terribile – viene continuamente interrotto da ondate di applausi, irrefrenabili. Nelle parole del giudice incombe la presenza di una tragedia compiuta e di un’altra che sta per esserlo.
È l’ultimo intervento pubblico di Borsellino, che indossa giacca e cravatta.
“Il discorso dell’amore”.
Paolo Borsellino: discorso in memoria di Falcone
“Giovanni Falcone lavorava con perfetta
coscienza che la forza del male, la mafia, lo avrebbe un giorno ucciso.
Francesca Morvillo stava accanto al suo uomo con perfetta coscienza che avrebbe
condiviso la sua sorte.
Gli uomini della scorta proteggevano Falcone con
perfetta coscienza che sarebbero stati partecipi della sua sorte.
Perché non è fuggito, perché ha accettato questa
tremenda situazione, perché non si è turbato, perché è stato sempre pronto a
rispondere a chiunque della speranza che era in lui? Per amore!
La sua vita è stata un atto d’amore verso questa
sua città, verso questa terra che lo ha generato.
Perché se l’amore è soprattutto ed essenzialmente
dare, per lui, e per coloro che gli sono stati accanto in questa meravigliosa
avventura, amare Palermo e la sua gente ha avuto e ha il significato di dare a
questa terra qualcosa, tutto ciò che era ed è possibile dare delle nostre forze
morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la
patria cui essa appartiene.
[…] Per lui la lotta alla mafia non doveva
essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale
e morale, che coinvolgesse tutti specialmente le giovani generazioni […], le
più adatte a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che fa
rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità,
e quindi della complicità.
Ricordo la felicità di Falcone […] quando in un
breve periodo d’entusiasmo, conseguente ai dirompenti successi originati dalle
dichiarazioni di Buscetta, egli mi disse: “La gente fa il tifo per noi”.
[Qui Borsellino si ferma per quasi due minuti,
per gli applausi che lo sommergono]
Questa stagione del “tifo per noi” sembrò durare
poco, perché ben presto sopravvenne il fastidio e l’insofferenza al prezzo che
per la lotta alla mafia doveva essere pagato dalla cittadinanza. Insofferenza
alle scorte, insofferenza alle sirene, insofferenza alle indagini, insofferenza
che finì per legittimare un garantismo di ritorno, che ha finito per
legittimare, che ha finito a sua volta per legittimare provvedimenti
legislativi che hanno estremamente ostacolato la lotta alla mafia, il loro
codice di procedura penale.
E adesso hanno fornito un alibi a chi, dolosamente
spesso, colposamente ancor più spesso, di lotta alla mafia non ha più voluto
occuparsi.
In questa situazione Falcone andò via da
Palermo.
Non fuggì ma cercò di ricreare altrove le
ottimali condizioni per il suo lavoro. Venne accusato di essersi avvicinato
troppo al potere politico. Non è vero!
Pochi mesi di dipendenza al ministero non
possono far dimenticare il lavoro di dieci anni.
E Falcone lavorò incessantemente per rientrare
in magistratura, in condizioni ottimali. Per fare il magistrato, indipendente
come lo era sempre stato. Morì, è morto, insieme a sua moglie e alle sue scorte
e ora tutti si accorgono quali dimensioni ha questa perdita, anche coloro che,
per averlo denigrato, ostacolato, talora odiato, hanno perso il diritto di
parlare.
Nessuno tuttavia ha perso il diritto, e anzi il
dovere sacrosanto, di continuare questa lotta… La morte di Falcone e la
reazione popolare che ne è seguita dimostrano che le coscienze si sono
svegliate e possono svegliarsi ancora.
Sono morti per noi e abbiamo un grosso debito
verso di loro e dobbiamo pagarlo gioiosamente, continuando la loro opera;
facendo il nostro dovere, rispettando le leggi, anche quelle che ci impongono
sacrifici, rifiutando di trarre dal sistema mafioso anche i benefici che
potremmo trarre (anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro);
collaborando con la giustizia, testimoniando i valori in cui crediamo, anche
nelle aule di giustizia: accettando in pieno questa gravosa e bellissima eredità.
Dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone
è vivo”.
(È raro trovare, nell’intera storia d’Italia, un discorso pubblico di questa drammaticità, mancanza di tutela, e idealismo.)
Paolo Borsellino
"E' normale che esiste la paura, in ogni uomo, l'importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti." Paolo Borsellino
Intervista a Paolo Borsellino , 1992



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