mercoledì 16 dicembre 2015

Gino Strada, Premio Nobel Alternativo 2015





Gino Strada, chirurgo e fondatore di EMERGENCY, è tra i vincitori del Right Livelihood Award 2015, il “premio Nobel alternativo”, “per la sua grande umanità e la sua capacità di offrire assistenza medica e chirurgica di eccellenza alle vittime della guerra e dell’ingiustizia, continuando a denunciare senza paura le cause della guerra”.





Moie, mercoledì 16 dicembre 2015

mercoledì 4 novembre 2015

Roberto Landi

Ricordando Roberto Landi
…quando suonò, per il Centro Culturale, nella Chiesa Santa Maria di Moie, con la sua band…

“Questa era la grandezza di quest’ uomo, conosceva tutti, faceva tutto, senza limiti e pregiudizi, nella sua interminabile spola tra Roma e Moie, protagonista di quel mondo enorme che si era costruito a misura propria. Suonava il trombone nella banda della polizia ed era sempre in viaggio, ieri in Africa, oggi in Italia, domani a fare immersioni chissà dove, nei suoi 43 anni ha fatto più cose e conosciuto più persone di quanto potrei mai fare io anche se campassi 200 anni.”







Non restare in piedi davanti alla mia tomba a versare lacrime Non sono li'. Non sto dormendo.

Sono i mille venti che soffiano, sono il luccichio dei diamanti nella neve.

Sono la luce del sole sul grano maturo, sono la dolce pioggia autunnale.

Quando ti svegli nella calma della mattina, sono la veloce alzante corsa
di calmi uccelli che volano in cerchio.

Sono le dolci stelle che brillano la notte. Non stare in piedi davanti alla mia tomba a piangere

Non sono li'. Non sono morto.”

(Mary Elizabeth Frye)


Lacken, 4 novembre 2015

martedì 3 novembre 2015

Lettera di Oriana Fallaci a Pier Paolo Pasolini




Da qualche parte, Pier Paolo, mischiata a fogli e giornali e appunti, devo avere la lettera che mi scrivesti un mese fa. Quella lettera crudele, spietata, dove mi picchiavi con la stessa violenza con cui ti hanno ammazzato. Me la sono portata dietro per due o tre settimane, le ho fatto fare il giro di mezzo mondo fino a New York, poi l’ho messa non so dove e mi chiedo se un giorno la ritroverò. Spero di no. Vederla di nuovo mi farebbe male quanto me ne fece quando la lessi e rimasi intirizzita a fissar le parole, sperando di poterle dimenticare. Non le ho dimenticate, invece. Posso quasi ricostruirle a memoria. Più o meno, così: “Ho ricevuto il tuo ultimo libro. Ti odio per averlo scritto. Non sono andato oltre la seconda pagina. Non voglio leggerlo, mai. Non voglio sapere cosa v’è dentro la pancia di una donna. Mi disgusta la maternità. Perdonami, ma quel disgusto io me lo porto dietro fin da bambino, quando avevo tre anni mi sembra, o forse erano sei, e udii mia madre sussurrare che…”. Non ti risposi. Cosa si risponde a un uomo che piange la sua disperazione di trovarsi uomo, il suo dolore d’essere nato da un ventre di donna? Non era una lettera diretta a me, del resto, ma a te stesso, alla morte che rincorrevi da sempre per mettere fine alla rabbia d’essere venuto al mondo grazie a una pancia gonfia, due gambe divaricate, un cordone ombelicale che si snoda nel sangue. E come consolarti, placarti, di una simile ineluttabilità? Le parole con cui consolarti erano nel libro che tu rifiutavi con ira, l’unico modo per placarti sarebbe stato prenderti fra le braccia: amarti come solo una donna sa amare un uomo. Ma tu non hai mai permesso a una donna di prenderti fra le braccia, amarti. Quel nostro ventre da cui sei uscito ti ha sempre riempito di orrore. Fuorché tua madre, che veneravi come una Madonna messa incinta dallo Spirito Santo, dimenticando che anche tu eri stato legato a un cordone ombelicale che si snoda nel sangue, noi donne ti incutevamo fisicamente un disgusto. Se ci accettavi, era per pietà. Se ci perdonavi, era per volontà. In ogni caso non dimenticavi mai la leggenda che dà a noi la colpa d’aver colto la mela, scoperto il peccato. Odiavi troppo il peccato, il sesso, che per te era peccato. Amavi troppo la purezza, la castità che per te era salvezza. E meno purezza trovavi, più ti vendicavi cercando la sporcizia, la sofferenza, la volgarità: come una punizione. Come certi frati che si flagellano, la cercavi proprio con il sesso che per te era peccato. Il sesso odioso dei ragazzi dal volto privo di intelligenza (tu che avevi il culto dell’intelligenza), dal corpo privo di grazia (tu che avevi il culto della grazia), dalla mente priva di bellezza (tu che avevi il culto della bellezza).
In loro ti tuffavi, ti umiliavi, ti perdevi: tanto più voluttuosamente tanto più essi erano infami. Di loro ci cantavi con le tue belle poesie, i tuoi bei libri, i tuoi bei film. Da loro sognavi d’essere ucciso, prima o poi, per compiere il tuo suicidio. Sono cattiva a dirti questo? Sono crudele anch’io? Forse, ma sei stato tu a insegnarmi che bisogna essere sinceri a costo di sembrare cattivi, onesti a costo di risultare crudeli, e sempre coraggiosi dicendo ciò in cui si crede: anche se è scomodo, scandaloso, pericoloso. Tu scrivendo insultavi, ferivi fino a spaccare il cuore. E io non ti insulto dicendo che non è stato quel diciassettenne a ucciderti: sei stato tu a suicidarti servendoti di lui. Io non ti ferisco dicendo che ho sempre saputo che invocavi la morte come altri invocano Dio, che agognavi il tuo assassinio come altri agognano il Paradiso. Eri così religioso, tu che ti presentavi come ateo. Avevi un tale bisogno di assoluto, tu che ci ossessionavi con la parola umanità. Solo finendo con la testa spaccata e il corpo straziato potevi spegnere la tua angoscia e appagare la tua sete di libertà. E non è vero che detestavi la violenza. Con il cervello la condannavi, ma con l’anima la invocavi: quale unico mezzo per compiacere e castigare il demonio che bruciava in te. Non è vero che maledicevi il dolore. Ti serviva, invece, come un bisturi per estrarre l’angelo che era in te. Io me ne accorsi fin dal primo incontro, quando ci conoscemmo a New York: ormai, dieci anni fa. E quel fatto mi impressionò più del tuo genio esaltante, della tua cultura irritante, della tua fantasia scatenata. Scappavi ogni notte nei quartieri dove neanche i poliziotti osano entrare armati. Non ti stancavi mai di sfidare la turpitudine, toccare l’orrendo, unirti ai relitti maschili dei drogati, degli invertiti, degli ubriaconi. Sia che tu ti recassi nella Bowery o a Harlem o al porto, eri sempre presente dove c’era il male e il pericolo. Arthur Rimbaud in confronto diventava un’educanda. Quante volte ho temuto di sentirmi dire che ti avevano trovato con la gola tagliata o una pallottola in cuore. Una sera te lo confessai. Eravamo dinanzi al Lincoln Center e cercavi un taxi per recarti in un posto che non volevi ammettere. Per l’impazienza apparivi inquieto, tremavi. Mormorai: “Ti farai tagliare la gola, Pier Paolo”. E tu mi fissasti con occhi lucidi e tristi (erano sempre tristi i tuoi occhi, anche quando ridevi), poi rispondesti ironico: “Sì?”. Ricordi, vero, quei giorni a New York? Venivi nel mio appartamento, sedevi sul vecchio divano, chiedevi una Coca-Cola (non ti ho mai visto ubriaco) e mi raccontavi di amare New York perché era sporca, senz’anima. Di quella città straordinaria vedevi soltanto la miseria morale, da ex-colonia dicevi, da sottoproletariato, e una povertà che paragonavi alla povertà di Calcutta, Casablanca, Bombay. Un pomeriggio esclamasti: “Mi dispiace di non esser venuto qui prima, 20 o 30 anni fa, per restarci. Non mi era mai successo di innamorarmi così d’un Paese. Fuorché in Africa, forse. Ma in Africa vorrei andare e restare per non ammazzarmi. Sì, l’Africa è come una droga che prendi per non ammazzarti. New York invece è una guerra che affronti per ammazzarti”. Eri giunto da Montréal con il treno. Eri sceso a una stazione sotterranea e non avevi trovato un facchino. Con le valigie che ti stroncavano le braccia avevi percorso un tunnel, e in fondo al tunnel c’era una luce accecante. La città t’aveva aggredito con la gloria di un’apparizione: Gerusalemme che appare agli occhi di un crociato, dicesti. I grattacieli invece li vedevi come le Dolomiti, e io ti ascoltavo in preda alla paura: eri solo poeta o anche pazzo? Non avevo mai pensato che New York potesse essere vista come Gerusalemme e i grattacieli come le Dolomiti. Ma in cima a quei grattacieli non volevi salire mai. Quante volte tentai di portarti all’ultimo piano dell’Empire State Building! Ti promettevo: “È come salire sulla vetta di un monte, il vento è pulito lassù”. Mi opponevi sempre una scusa: a te non interessava il vento pulito. Interessava la laidezza della Quarantaduesima Strada, con le sue luci rosse da inferno e i negozi che vendono pornografia. “Ieri, nella Quarantaduesima, ho visto un uomo che stava morendo. In mano aveva un pacchetto. L’ha fissato e poi l’ha scaraventato per terra con collera tale che il pacchetto s’è rotto. Dopo l’uomo s’è appoggiato al muro, è scivolato piano per terra ed è rimasto lì: a morire. Senza che nessuno si fermasse a guardarlo, aiutarlo. Neanch’io. Ma è male questo? È mancanza di pietà? Forse è una forma superiore di pietà. Capisci, lasciare gli altri morire”.  Diventammo subito amici, noi amici impossibili. Cioè io donna normale e tu uomo anormale, almeno secondo i canoni ipocriti della cosiddetta civiltà, io innamorata della vita e tu innamorato della morte. Io così dura e tu così dolce. V’era una dolcezza femminea in te, una gentilezza femminea. Anche la tua voce del resto aveva un che di femmineo, e ciò era strano perché i tuoi lineamenti erano i lineamenti di un uomo: secchi, feroci. Sì, esisteva una nascosta ferocia sui tuoi zigomi forti, sul tuo naso da pugile, sulle tue labbra sottili, una crudeltà clandestina. Ed essa si trasmetteva al tuo corpo piccolo e magro, alla tua andatura maschia, scattante, da belva che salta addosso e morde. Però quando parlavi o sorridevi o muovevi le mani diventavi gentile come una donna, soave come una donna. E io mi sentivo quasi imbarazzata a provare quel misterioso trasporto per te. Pensavo: in fondo è lo stesso che sentirsi attratta da una donna. Come due donne, non un uomo e una donna, andavamo a comprare pantaloni per Ninetto (Davoli, ndr), giubbotti per Ninetto, e tu parlavi di lui quasi fosse stato tuo figlio: partorito dal tuo ventre, e non seminato dal tuo seme. Quasi tu fossi geloso della maternità che rimproveravi a tua madre, a noi donne. Per Ninetto, in un negozio del Village, ti invaghisti di una camicia che era la copia esatta delle camicie in uso a Sing Sing. Sul taschino sinistro era scritto: “Prigione di Stato. Galeotto numero 3678″. La provasti ripetendo: “Deliziosa, gli piacerà”. Poi uscimmo e per strada v’era un corteo a favore della guerra in Vietnam, ricordi? Tipi di mezza età alzavano cartelli su cui era scritto “Bombardate Hanoi”, e ci restasti male. Da una settimana ti affannavi a spiegarmi che il vero momento rivoluzionario non era in Cina né in Russia ma in America. “Vai a Mosca, vai a Praga, vai a Budapest e avverti che lì la rivoluzione è fallita: il socialismo ha messo al potere una classe di dirigenti e l’operaio non è padrone del proprio destino. Vai in Francia, in Italia, e ti accorgi che il comunista europeo è un uomo vuoto. Vieni in America e scopri la sinistra più bella che un marxista come me possa scoprire. I rivoluzionari di qui fanno venire in mente i primi cristiani, v’è in essi la stessa assolutezza di Cristo. M’è venuta un’idea: trasferire in America il mio film su san Paolo”. Della cultura americana assolvevi quasi tutto, ma quanto soffristi la sera in cui due studentesse americane ti chiesero chi fosse il tuo poeta preferito, tu rispondesti naturalmente Rimbaud, e le due ignoravano chi fosse Rimbaud. Per questo lasciasti New York così insoddisfatto? Io direi di no. Direi che lasciasti New York deluso perché non c’eri morto, perché ti eri affacciato sulla voragine e non vi eri caduto. Le notti trascorse in cerca del suicidio t’avevano reso soltanto le guance più scarne, lo sguardo più febbricitante. Mi sento, dicesti, come un bambino cui è stata offerta una torta e poi gliel’hanno sottratta mentre stava per addentarla. Sì, avresti dovuto bere mille altre amarezze prima di trovare qualcuno che ti facesse il dono di ucciderti, regalarti una morte coerente dopo una vita coerente. Dicono che tu fossi capace d’essere allegro, chiassoso, e che per questo ti piacesse la compagnia della gioventù: giocare a calcio, per esempio, con i ragazzi delle borgate. Ma io non ti ho mai visto così. La malinconia te la portavi addosso come un profumo e la tragedia era l’unica situazione umana che tu capissi veramente. Se una persona non era infelice, non ti interessava. Ricordo con quale affetto, un giorno, ti chinasti su me e mi stringesti un polso e mormorasti: “Anche tu, quanto a disperazione, non scherzi!”. Forse per questo il destino ci fece incontrare di nuovo, anni dopo. Fu a Rio de Janeiro, dov’eri venuto con Maria Callas: in vacanza. I giornali scrivevano che eravate amanti. Lo eravate? So che due volte, nella vita, hai provato ad amare una donna: restandone deluso. Ma non credo che una di queste due donne sia stata Maria. Eravate troppo diversi, troppo divisi esteticamente e psicologicamente e culturalmente. Allo stesso tempo però sembravate così uniti da una misteriosa complicità. Il mio sospetto è che tu l’avessi adottata come sorella, per farle dimenticare l’abbandono di Aristoteles Onassis. Non ti staccavi mai da lei, l’aiutavi perfino a vestirsi e a spogliarsi. Sulla spiaggia le ungevi le spalle perché il sole non gliele arrossasse. Ai ristoranti subivi ogni suo capriccio. Sempre indulgente, paziente, sereno come un infermiere di Lambaréné (città del Gabon dove Albert Schweitzer fondò il suo ospedale, ndr). Sì, c’era in te l’eroismo del missionario che va a curare i lebbrosi, la bontà del santo che subisce il martirio con gioia. Una sera ne parlammo, sul mare di Copacabana, dentro un tramonto di rosa e d’oro. Maria sonnecchiava sulla sabbia, fasciata in un costume da bagno nero, io ti raccontavo delle torture con cui i brasiliani seviziavano i prigionieri politici: il pau de arara, gli elettrochoc. Ma ascoltavi malvolentieri, quasi ti irritasse turbare con tali discorsi un tramonto di rosa e d’oro. Non mi rispondevi neanche. Solo quando ti accorgesti che ciò mi feriva, e io ti aggredii dicendo che allora non eri sincero nelle tue proteste e nelle tue battaglie, eri solo un Narciso che fingeva di battersi contro l’ingiustizia per esaudire la sua vanità, ti mettesti a parlare di Gesù Cristo e di san Francesco. Nessun prete mi ha mai parlato, come te, di Gesù Cristo e di san Francesco. Una volta mi hai parlato anche di sant’Agostino, del peccato e della salvezza come li vedeva sant’Agostino. È stato quando mi hai recitato a memoria il paragrafo in cui sant’Agostino racconta di sua madre che si ubriaca. Ho compreso, in quell’occasione, che cercavi il peccato per cercare la salvezza, certo che la salvezza può venire solo dal peccato, e tanto più profondo è il peccato tanto più liberatrice è la salvezza. Però ciò che mi dicesti su Gesù e su san Francesco, mentre Maria sonnecchiava dinanzi al mare di Copacabana, mi è rimasto come una cicatrice. Perché era un inno all’amore cantato da un uomo che non crede alla vita. Non a caso l’ho usato nel libro che non hai voluto leggere. L’ho messo in bocca al bambino quando interviene al processo contro la sua mamma: “Non è vero che non credi all’amore, mamma. Ci credi tanto da straziarti perché ne vedi così poco, e perché quello che vedi non è mai perfetto. Tu sei fatta d’amore. Ma è sufficiente credere all’amore se non si crede alla vita?”. Anche tu eri fatto d’amore. La tua virtù più spontanea era la generosità. Non sapevi mai dire no. Regalavi a piene mani a chiunque chiedesse: sia che si trattasse di soldi, sia che si trattasse di lavoro, sia che si trattasse di amicizia. Ad Alekos Panagulis, per esempio, regalasti la prefazione ai suoi due libri di poesie. E, verso per verso, con il testo greco accanto, volesti controllare perfino se fossero tradotte bene. Ci ritrovammo per questo, rammenti? Riprendemmo a vederci quando lui fu scarcerato e venne in esilio in Italia. Andavamo spesso a cena, tutti e tre. E mangiare con te era sempre una festa, perché a mangiare con te non ci si annoiava mai. Una sera, in quel ristorante che ti piaceva per le mozzarelle, venne anche Ninetto. Ti chiamava “babbo”. E tu lo trattavi proprio come un babbo tratta suo figlio, partorito dal suo ventre e non dal suo seme. Lasciarti dopocena, invece, era uno strazio. Perché sapevamo dove andavi, ogni volta. E, ogni volta, era come vederti correre a un appuntamento con la morte.
Ogni volta io avrei voluto agguantarti per il giubbotto, trattenerti, implorarti, ripeterti ciò che ti avevo detto a New York: “Ti farai tagliare la gola, Pier Paolo!”. Avrei voluto gridarti che non ne avevi il diritto perché la tua vita non apparteneva a te e basta, alla tua sete di salvezza e basta. Apparteneva a tutti noi. E noi ne avevamo bisogno. Non esisteva nessun altro in Italia capace di svelare la verità come la svelavi tu, capace di farci pensare come ci facevi pensare tu, di educarci alla coscienza civile come ci educavi tu. E ti odiavo quando ti allontanavi su quella automobile con cui i tre teppisti t’avrebbero schiacciato il cuore. Ti maledicevo.
Ma poi l’odio si spingeva in un’ammirazione pazza, ed esclamavo: “Che uomo coraggioso!”. Non parlo del tuo coraggio morale, ora, cioè di quello che ti faceva scrivere in cambio di contumelie, incomprensioni, offese, vendette. Parlo del tuo coraggio fisico. Bisogna avere un gran fegato per frequentare la melma che frequentavi tu, di notte. Il fegato dei cristiani che insultati e sbeffeggiati entrano nel Colosseo per farsi sbranare dai leoni. Ventiquattr’ore prima che ti sbranassero, venni a Roma con Panagulis. Ci venni decisa a vederti, risponderti a voce su ciò che mi avevi scritto. Era un venerdì. E Panagulis ti telefonò a casa ma, alla terza cifra, si inseriva una voce che scandiva: “Attenzione. A causa del sabotaggio avvenuto nei giorni scorsi alla centrale dell’Eur, il servizio dei numeri che incominciano con il 59 è temporaneamente sospeso”. L’indomani accadde lo stesso. Ci dispiacque perché credevamo di venire a cena con te, sabato sera, ma ci consolammo pensando che saremmo riusciti a vederti domenica mattina. Per domenica avevamo dato appuntamento a Giancarlo Pajetta e Miriam Mafai in piazza Navona: prendiamo un aperitivo e poi andiamo a mangiare. Così verso le dieci ti telefonammo di nuovo.  Ma, di nuovo, si inserì quella voce che scandiva: attenzione, a causa del sabotaggio il numero non funziona. E a piazza Navona andammo senza di te. Era una bella giornata, una giornata piena di sole. Seduti al bar Tre Scalini ci mettemmo a parlare di Franco (Francisco Franco, il dittatore spagnolo, ndr) che non muore mai, e io pensavo: mi sarebbe piaciuto sentir Pier Paolo parlare di Franco che non muore mai. Poi si avvicinò un ragazzo che vendeva l’Unità e disse a Pajetta: “Hanno ammazzato Pasolini”. Lo disse sorridendo, quasi annunciasse la sconfitta di una squadra di calcio. Pajetta non capì. O non volle capire? Alzò una fronte aggrottata, brontolò: “Chi? Hanno ammazzato chi?”. E il ragazzo: “Pasolini”. E io, assurdamente: “Pasolini chi?”. E il ragazzo: “Come chi? Come Pasolini chi? Pasolini Pier Paolo”. E Panagulis disse: “Non è vero”. E Miriam Mafai disse: “È uno scherzo”. Però allo stesso tempo si alzò e corse a telefonare per chiedere se fosse uno scherzo. Tornò quasi subito col viso pallido. “È vero. L’hanno ammazzato davvero”. In mezzo alla piazza un giullare con i pantaloni verdi suonava un piffero lungo. Suonando ballava alzando in modo grottesco le gambe fasciate dai pantaloni verdi, e la gente rideva. “L’hanno ammazzato a Ostia, stanotte”, aggiunse Miriam. Qualcuno rise più forte perché il giullare ora agitava il piffero e cantava una canzone assurda. Cantava: “L’amore è morto, virgola, l’amore è morto, punto! Così io ti piango, virgola, così io ti piango, punto!”. Non andammo a mangiare. Pajetta e la Mafai si allontanarono con la testa china, io e Panagulis ci mettemmo a camminare senza sapere dove.
In una strada deserta c’era un bar deserto, con la televisione accesa. Entrammo seguiti da un giovanotto che chiedeva stravolto: “Ma è vero? È vero?”. E la padrona del bar chiese: “Vero cosa?”. E il giovanotto rispose: “Di Pasolini. Pasolini ammazzato”. E la padrona del bar gridò: “Pasolini Pier Paolo? Gesù! Gesummaria! Ammazzato! Gesù! Sarà una cosa politica!”. Poi sullo schermo della televisione apparve Giuseppe Vannucchi (conduttore del telegiornale Rai, ndr) e dette la notizia ufficiale. Apparvero anche i due popolani che avevano scoperto il tuo corpo. Dissero che da lontano non sembravi nemmeno un corpo, tanto eri massacrato. Sembravi un mucchio di immondizia e solo dopo che t’ebbero guardato da vicino si accorsero che non eri immondizia, eri un uomo. Mi maltratterai ancora se dico che non eri un uomo, eri una luce, e una luce s’è spenta?


Oriana Fallaci 

Roma, 16 novembre 1975

venerdì 4 settembre 2015

Migrant crisis


Venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto. A quanti però l'hanno accolto,
ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue,
né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria,
gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità. Dal Vangelo secondo Giovanni





L' immigrazione è il trasferimento permanente o temporaneo di singoli individui o di gruppi di persone in un paese o luogo diverso da quello di origine; il fenomeno è l'opposto dell' emigrazione. Si possono includere le migrazioni di popolazioni tra paesi e i movimenti interni ad un paese, l'immigrazione è uno dei fenomeni sociali mondiali più problematici e controversi, dal punto di vista delle cause e delle conseguenze. Per quanto riguarda i paesi destinatari dei fenomeni migratori - principalmente le nazioni cosiddette sviluppate o in via di sviluppo - i problemi che si pongono riguardano la regolamentazione ed il controllo dei flussi migratori in ingresso e della permanenza degli immigrati.


Il fenomeno dell'immigrazione è un tema associato a quello dell'aumento della delinquenza e della criminalità. Per quanto riguarda l’ Italia, tuttavia, delle ricerche econometriche hanno dimostrato che non c'è alcun nesso fra immigrazione e criminalità. I due fenomeni sono entrambi attratti dalla ricchezza, e quindi possono intensificarsi contemporaneamente nelle zone ricche, senza però che l'una causi o favorisca l'altra.


Tuttavia l'immigrazione può contribuire a risolvere problemi come sovrappopolazione, fame , epidemie e povertà nel Paese di origine. A livello politico, i Paesi di origine e di destinazione possono stringere accordi bilaterali che prevedono flussi migratori programmati e controllati, per rispondere a esigenze di manodopera del Paese di destinazione, a problemi di sovrappopolazione del Paese d'origine, compensati da altri aspetti come uno scambio di materie prime ed energia. Un accordo di questo tipo può prevedere la fornitura di materie prime e manodopera in cambio di prodotti finiti ed investimenti nell'industria e infrastrutture nel Paese fornitore.


Il dialogo interculturale è uno scambio di vedute aperto e rispettoso fondato sulla comprensione reciproca fra individui e gruppi che hanno origini e patrimoni linguistici, culturali, etnici e religiosi differenti.
Nel 2008, proclamato dalla Commissione Europea “Anno europeo del dialogo interculturale", il Consiglio d’Europa ha definito il dialogo interculturale come: «un aperto e rispettoso scambio di punti di vista tra individui e gruppi appartenenti a culture differenti, che conduce ad una comprensione più approfondita della percezione globale dell'altro». 




Il dialogo interculturale è quindi fondamentale per lo sviluppo delle relazioni tra persone, paesi e culture. Esso favorisce la crescita personale perché richiede libertà e abilità nell'esprimere se stessi, così come volontà e capacità di ascoltare e conoscere gli altri. Inoltre questa particolare forma di dialogo sviluppa una maggiore comprensione di diverse pratiche e visioni del mondo e accresce la libertà di scelta, la cooperazione e la partecipazione. Nelle società culturalmente eterogenee il dialogo interculturale contribuisce quindi alla coesione e all'inclusione ed è anche uno strumento di mediazione e riconciliazione, poiché interviene sulla frammentazione e sull'insicurezza sociale, favorendo equità, dignità umana e perseguimento del bene comune, che costituiscono i tratti distintivi di una cultura democratica.


Il diritto di asilo (identificato spesso anche con il concetto di asilo politico, in greco: ἄσυλον è un'antica nozione giuridica, in base alla quale una persona perseguitata nel suo paese d'origine può essere protetta da un'altra altra autorità sovrana, un paese straniero, o un santuario religioso - come nel medioevo -.


Questo diritto ha le sue radici in una lunga tradizione occidentale, anche se era stato già riconosciuto da Egiziani, Greci, Romani ed Ebrei. Tutti gli stati, in qualsiasi epoca, hanno offerto protezione e immunità a stranieri perseguitati.


Per comprendere appieno che cosa si intende per dialogo interculturale è opportuno prendere in esame tale concetto in correlazione ad alcuni elementi che permettono di chiarirne il significato: il contatto, l'Parlare di dialogo interculturale significa fare riferimento al contatto stabilitosi tra individui portatori di culture diverse, un contatto concreto, variabile e contingente in quanto i modelli culturali sono differentemente interiorizzati dai singoli individui nonché istituzionalizzati diversamente dai gruppi.


Innanzitutto, tale contatto può prefigurarsi secondo molteplici modalità che si collocano lungo un continuum che vede ad un estremo l'incontro, all'altro estremo lo scontro.
In secondo luogo, è importante considerare il terreno (o contesto) in cui avviene il contatto tra individui e gruppi portatori di culture diverse: il contatto può infatti avvenire in “terra di nessuno” o, invece, in un contesto territoriale bene definito e caratterizzato da una ben radicata cultura dominante.


In terzo luogo, sono rilevanti e possono essere diverse le cause che danno luogo al contatto: singoli individui e gruppi sono spinti volontariamente o coercitivamente ad incontrarsi con altri gruppi o individui, per ragioni politiche, culturali, affettive, economiche. In quarto luogo, il contatto può avvenire tra gruppi con bassa o elevata distanza culturale.


Infine, il contatto presenta una sua dinamicità che può configurarsi in termini di fasi, come quelle individuate da Taifel che ne distingue quattro: inizialmente gli immigrati accettano il loro ruolo socialmente ed economicamente subordinato e imparano la lingua per ragioni di sopravvivenza. Poi viene la fase della mobilità sociale, nella quale un numero limitato di immigrati cerca di acquisire un'identità sociale positiva e tenta di inserirsi nel gruppo dominante. In seguito, emerge la consapevolezza degli elevatissimi costi derivanti dagli sforzi compiuti a livello individuale e la lingua viene vista come mezzo per esprimere rivendicazioni e richieste. Infine, si instaurano relazioni competitive tra i gruppi e la lingua materna diviene uno dei simboli dell'identità collettiva, espressione della distanza tra il “noi” degli immigrati e il “loro” degli autoctoni, alterità, gli atteggiamenti verso la società di arrivo, il pregiudizio etnico e i modelli di integrazione.


Un secondo fattore da tener presente per il dialogo interculturale è costituito dal modo in cui considerare l'alterità, che può essere intesa: come qualcosa che è necessario riassorbire rendendo l'altro il più possibile uguale a me (assimilazione del diverso); come qualcosa che va riconosciuta e ammessa ma che può provocare disturbi e persino rappresentare una minaccia per cui va tenuta sotto controllo - tolleranza del diverso - come un fattore positivo e utile sia per me sia per l'altro in quanto è fonte di arricchimento individuale e collettivo  - interazione e scambio vicendevole -


Il dialogo interculturale dipende anche da come l'immigrato vive la propria esperienza migratoria. Esso è riconducibile a tre principali atteggiamenti: l'immigrato è disponibile e addirittura aspira a diventare membro della società d'arrivo; l'immigrato è indifferente nei confronti dell'appartenenza; l'immigrato non è intenzionato a far parte della società d'arrivo.


Un ulteriore elemento che incide in modo significativo sul dialogo interculturale è costituito dal pregiudizio etnico, che può essere distinto secondo le tre seguenti sottolineature: gli immigrati possiedono una cultura diversa e adottano modelli di comportamento diversi (enfasi sulla diversità); gli immigrati sottraggono opportunità lavorative, abitative e di servizi sociali (enfasi sulla competizione); gli immigrati mettono a rischio la sicurezza e l'identità culturale - enfasi sul pericolo -.


Modalità di contatto, concezione dell'alterità, atteggiamento verso la società d'origine e pregiudizio etnico sono quattro elementi che permettono di specificare il dialogo interculturali e la loro combinazione consente di mettere a fuoco tre principali modelli teorici generali di integrazione il modello dell'assimilazione; il modello pluralista; il modello dello scambio culturale.

I rischi legati all'assenza di dialogo interculturale sono molti. Innanzitutto, si instaura un clima di intolleranza e discriminazione, di ansia e di timore nei confronti del diverso, dello straniero, che assume una immagine fortemente stereotipata. In secondo luogo, l'assenza di dialogo porta le singole comunità a isolarsi e ripiegarsi su loro stesse, privandosi in tal modo di tutti vantaggi delle nuove aperture culturali che sempre più caratterizzano il mondo globalizzato e tanto contribuiscono allo sviluppo sociale ed individuale. Infine, la mancanza di apertura verso gli altri favorisce la violenza, la conflittualità e lo scontro.


Molte sono oggi le sfide che le questioni del dialogo interculturale e dell' integrazione   sollecitano ad affrontare.
In primo luogo occorre riflettere sulla memoria. C'è una grande differenza tra la memoria storica del paese d'accoglienza e la memoria dei migranti di prima e soprattutto di seconda generazione. I migranti manifestano sempre di più la volontà di instaurare un dialogo con le società ospitanti e la volontà di essere riconosciuti non solo come lavoratori e consumatori, ma anche come esseri umani, con una propria cultura, storia e tradizione.


Il secondo punto è quello della religione in rapporto alla democratizzazione. In quasi tutte le società d'origine dei migranti c'è un legame tra religione e Stato, accompagnato da un profondo deficit democratico, mentre in Europa, così come nella maggior parte dei paese d'accoglienza, è evidente la secolarizzazione delle società. Di fronte al fenomeno migratorio emerge quindi una domanda di riconoscimento e di rispetto, un bisogno di conoscenza delle altre religioni in tutta la loro diversità e nei loro legami con le diverse realtà politiche e culturali. La terza sfida è rappresentata dalle frontiere. Molte sono le frontiere da attraversare, a cominciare dalle frontiere nelle relazioni internazionali. Vi sono poi le frontiere all'interno delle città. si tratta delle frontiere della povertà e della mobilità. Viviamo in mondo in cui una parte della popolazione ha la possibilità di muoversi nel corso di tutta la propria vita, mentre c'è d'altro canto una domanda di democratizzazione delle frontiere, del viaggio, della mobilità per molti altri.
Infine, vi sono povertà, esclusione e discriminazione, tutti elementi che rischiano di minare alla base la pratica del dialogo interculturale.





Lacken, 5 settembre 2015

domenica 14 giugno 2015

Il decalogo di Nora


(quello che Nora non ha mai avuto)


Io avevo voglia di stare da solo, perché soltanto solo,
sperduto, muto, a piedi, riesco a riconoscere le cose.”
 
Pier Paolo Pasolini

* Rendere felici tutte le persone che incontra;

* Parlare apertamente anche da lontano con i suoi figli senza problemi;

* Scrivere novelle e fiabe;

* Leggere;

* Abitare in riva al mare;

* Essere invisibile, a volte;

* Incontrare persone e mangiare insieme in convivio;

* Cucinare piatti scegliendo ricette da tutto il mondo;

* Avere vicino persone da poter amare;

* Essere "persona".
Persona
di Ingmar Bergman


"Quando i lillà fioriranno, l'ultima volta, nel prato davanti | alla casa | E il grande astro nel cielo d'occidente calava presto la | sera | Io ero in lutto, e sempre lo sarò, ogni volta che torni | primavera. | Primavera che sempre ritorni, sempre mi porterai | questa triade, | i lillà perennemente in fiore, l'astro che tramonta ad | occidente | Ed il pensiero di colui che amo."  Walt Whitman



“La dea Clori non perde il lustro del sorriso
 l'essenza vivaddio sa ritrovare fiducia 
nel suo modo di sprigionare brillantezza” 
Laura D’Aurizio


Una bambina a cui fu chiesto
dove fosse casa sua rispose
“Dove c’è la mamma”


Domenica 14 giugno 2015





sabato 6 giugno 2015

Knock, An Cnoc o Cnoc Mhuire




Viaggiando ho visto con gli stessi occhi di Bruce Springsteen, nel film Philadelphia, bambini, donne, uomini giorno dopo giorno e che ho trovato diverse sempre,  perché ero io a vederle diverse in quei luoghi dove non ero mai stata prima.

Bruce Springsteen - Streets Of Philadelphia



KNOCK
Western Ireland






Information Point

Knock, An Cnoc o Cnoc Mhuire, è un piccolo centro abitato della Contea di Mayo . Nonostante le dimensioni veramente esigue, il villaggio è famoso in tutto il mondo in quanto, secondo la Chiesa Cattolica, il 21 agosto 1879 sarebbe apparsa alla popolazione locale la Vergine Maria, assieme a San Giuseppe e a San Giovanni Evangelista.





Il nome più conosciuto nel mondo del villaggio è Knock, ovvero la versione inglese. Questo nome deriva totalmente in realtà da quello gaelico irlandese originale, An Cnoc, che significa semplicemente la collina, di cui è stata traslitterata solo la pronuncia anglofona, come spesso è successo in Irlanda. Esiste anche un altro toponimo in lingua irlandese,Cnoc Mhuire, che significa collina di Maria Vergine. È sorta anche una controversia negli anni su quale fosse il nome originale del luogo.

Fino al  2000 i segnali stradali indicavano Knock-Cnoc Mhuir,  ma la parte in lingua irlandese fu poi cambiata nella più antica versione An Cnoc: la Irish Placenames Commission dichiarò infatti che An Cnoc fu utilizzato fino agli anni '20, ben quattro decenni dopo l'apparizione della Vergine. La questione giunse fino al Dàil, il Parlamento irlandese, che stabilì lecito l'uso della traduzione folkloristica Cnoc Mhuire, ma che per gli affari legali e ufficiali si sarebbe dovuto mantenere il nome storico.


Sebbene sia rimasto per circa cento anni il principale sito di pellegrinaggio religioso irlandese, l'importanza mondiale di cui gode oggi il santuario la deve in gran misura ai lavori svolti da monsignor James Horan  nell'ultimo quarto del XX secolo. Horan predispose un allargamento del sito su vasta scala, con la previsione di un'ampia Basilica accanto alla vecchia chiesa, che non riusciva più a sostenere l'affluenza dei visitatori. Nel 1979, il centenario dell'apparizione, Papa Giovanni Paolo II visitò il santuario, affermando che era il principale obiettivo della sua visita irlandese. In questa occasione presentò una rosa dorata, un simbolo di particolare riconoscimento papale.

Il punto più controverso è stato comunque la proposta di Horan, accompagnata da milioni di pounds, al  Taoiseach Charles J.Haughey, di costruire un importante aeroporto vicino a Knock. Il progetto fu aspramente criticato sia da vari mezzi di comunicazione, sia dall'opposizione, non propensi all'idea di costruire un aeroporto in un foggy, boggy hillside, zona collinare nebbiosa e di torbiere. Contrariamente alle aspettative di questi ultimi, tuttavia, l'Horan International Airport, oggi Ireland West Airport Knock , divenne un successo commerciale, diventando non solo il punto d'accesso per i pellegrini, ma anche un importante mezzo di comunicazione aerea per l'intera regione. 
Il santuario di Knock oggi attira più di un milione e mezzo di visitatori annualmente, ed è una delle attrazioni dell'Irlanda occidentale.




Knock, domenica 25 gennaio 2015