Non posso vivere senza di
te
Andrè e Dorin Gorz
Il nostro tempo esalta l’autonomia dell’Io come l’espressione
più appagante della nostra libertà e considera la maturità psichica come la
capacità di vivere nella più assoluta indipendenza, senza appoggiarsi all'altro.
Questo mito della libertà come pura negazione dei vincoli simbolici
e affettivi, tende ad irridere su coloro che, al contrario, ammettono la loro
vulnerabilità e la loro dipendenza dall'esistenza dell’altro.
Alla luce della
psicoanalisi il sogno di un soggetto che si fa il proprio nome da se stesso è
un sogno puramente narcisistico. La vita umana è tale solo se sa riconoscere i
propri rapporti di dipendenza senza negarli ferocemente.
Senza la presenza
dell’altro dell’amore la vita perde il suo senso.
Tuttavia esistono legami dove la presenza dell’amato si è a tal punto insediata
in noi stessi che la nostra vita fatica a vivere senza questa presenza.
Senza
questa presenza essa precipita traumaticamente nel buio. Non necessariamente
dobbiamo giudicare questi legami come patologici.
Personalmente tendo a
considerare assai più patologico chi vive dell’autosufficienza del proprio Io
senza esporsi al rischio del legame.
Si rilegga in questa luce, per fare un
solo esempio, la struggente Lettera a D. di Andrè Gorz.
La si rilegga senza
pregiudizi né morali, né clinici.
È la storia di un amore grande e irripetibile.
È la storia di una avventura
vissuta dai due protagonisti senza riserve.
È una storia che ha coinciso con la
vita dei due protagonisti. Si può allora giudicare il gesto estremo di Gorz di
seguire nel regno dei morti la sua donna persa a causa di una malattia mortale?
Non sarebbe forse meglio in questi casi tacere? Non sarebbe più opportuno
sospendere ogni giudizio di fronte a qualcosa che non si può dire mai del
tutto?
Frequentemente l’esperienza ci mette di fronte alla impossibilità di chi
sopravvive all'amato di continuare a vivere. Il suicidio, come nel caso di
Gorz, non è il solo modo in cui questa verità può emergere.
Una morte di
crepacuore, una malattia grave, un incidente mortale o una scompensazione
psichica profonda possono essere espressioni differenti di questa stessa
impossibilità.
In questi casi l’assenza reale dell’amato risulta impensabile,
traumatica, psichicamente indigeribile.
Non si riesce a trasformare in una
presenza simbolica ; la vita non può più continuare perché ha perso il suo
fondamento. Freud definiva con l’espressione “lavoro del lutto” la via alternativa a questo
annientamento.
Attraverso la fatica atroce di questo lavoro si può sopravvivere
alla perdita dell’amato perché si riesce a trasformare l’assenza reale in una
presenza simbolica; l’amato non è più di questo mondo, ma continua a vivere in
noi e con noi.
Massimo Recalcati
13 dicembre 2014



































































