lunedì 22 agosto 2016


Erri de Luca

Nelle nostre resistenze popolari non s’incontra il ribelle ma il tenace

La differenza sommaria tra rivoluzionario e ribelle sta nelle circostanze storiche. Rivoluzionario è titolo che esige una comunità di intenti, dallo stile di vita al programma. Comporta l’appartenenza a un insieme e alla sua disciplina. Ribelle può sussistere anche da solo, risponde a se stesso e a singole occasioni di ribellione. S’intende che questa distinzione vale per me e per il mio vocabolario.
Il rivoluzionario è stata la principale figura politica del 1900, secolo specializzato in rivoluzioni. Attraverso di esse è cambiata la geografia del mondo, rovesciando secoli di dominio coloniale, facendo sorgere nuovi Stati in tutti i continenti. Sono nate repubbliche da regni, libertà da tirannie. Con il 1900 si esaurisce la figura politica del rivoluzionario. Gli anni correnti l’hanno messa al bando. Si ammettono con fatica all’albo le rivoluzioni arabe del Mediterraneo. Si esalta Nelson Mandela censurando il suo passato di combattente rivoluzionario, capo dell’African National Congress, organizzazione armata clandestina dichiarata terrorista fino al 2008. Scaduta la parola rivoluzionario, la si sostituisce con minore responsabilità politica con il termine ribelle, dotato di ampio margine di sfumature. Ribelle è un figlio verso i genitori, uno studente verso un professore, un cuoco verso una tradizione culinaria e perfino un ciuffo di capelli. Ribelle connota più un carattere che un impegno. Implica in vari casi anche il verbo sfogare: lo sfogo di una ribellione qualsiasi.
Gioventù ribelle: se si cerca in Rete, la prima risposta identifica il titolo di un infelice videogioco. Scrivo queste righe in risposta alla domanda cosa significhi essere ribelle oggi. Qualunque sia il risultato della ricerca, lo considero una diffamazione dell’impegno civile, la sua riduzione a fallo di reazione.
Nelle molte resistenze popolari dentro il nostro Paese, dalla Valle di Susa alle trivellazioni petrolifere in Adriatico, non s’incontra il ribelle ma il tenace, non l’improvvisato ma il consapevole. Ribelle è una categoria personale, ognuno può esserlo stato anche a sua insaputa. Il presidente del Consiglio in carica ha agito da ribelle nel suo partito prima di assumerne la segreteria.
Scaduto il termine rivoluzionario, escludo la supplenza del generico ribelle. Oggi conta l’impegno civile cocciuto e condiviso.


Maiolati Spontini, Lunedì 22 agosto 2016

venerdì 15 luglio 2016

Io non voglio essere solidale con le vittime di Nizza...

Ogni tanto mi escono gli articoli sui fatti di cronaca. Raramente. Non mi piace parlare di ciò che non conosco, soprattutto non mi piace parlare di ciò che non appartiene alla mia vita. Quello semmai lo faccio su commissione. Stamattina però mi sono svegliata come tanti con la notizia dell’attentato di Nizza. Un attentato appartiene alla nostra vita?

Qualche minuto per informarmi, leggere qualche news. Poi ho svegliato i bambini come tutte le mattine, la solita canzoncina, il bacio, le finestre che si aprono e fanno entrare il sole. Colazione e le solite raccomandazioni: finite il latte, non litigate per il bagno, prendete su le felpe che stanotte c’è stato il temporale.
Poi, in bagno, apro Facebook. Ognuno a dire la sua sui fatti di Nizza, sugli attentati, a scegliere il modo più bello, l’immagine più figa, le parole più appropriate. Solidarietà a…

Ecco in quel momento ho pensato che la solidarietà del giorno dopo fa più morti delle bombe. Perché la maggior parte delle persone, per fortuna non tutte, che citano il Papa, che non sanno come dirlo ai bambini… queste persone sono quelle che fino al giorno prima non hanno mosso un dito per rendere il mondo un posto migliore. Che attaccavano i colleghi, che pensavano solo al proprio vantaggio, che lasciavano correre i comportamenti scorretti dei figli. Cosa insegniamo ai nostri bambini e alle nostre bambine? Ad abbinare il rossetto e ad avere il taglio giusto quando entriamo in campo o insegniamo il rispetto dei compagni, tutti!, delle maestre, degli sconosciuti incontrati per strada.
Quanto vale un altro essere vivente in una scala da 1 a 10? Per noi. Non per un attentatore. Dipende? Appunto… Se vale meno di noi lo posso deridere, calpestare, annientare, uccidere.

La gente non saluta più nei negozi, o dal dottore, i bambini a 10 anni li vedi come automi ai cellullari o ai tablet mentre i genitori fanno le loro cose. Se si perde è colpa dell’arbitro, o al massimo del meteo, del terreno o di un alibi qualsiasi. Le armi giocattolo sono una cosa data per scontata e non ci diamo mai una regola, non facciamo fai un cazzo di fatica. Mai. Ci deve pensare sempre qualcun altro. I politici, il capo, il vicino…Ecco, per cambiare il mondo si deve far fatica. E non si deve andare da nessuna parte. Si deve fare fatica in casa, ogni giorno, nel nostro piccolo e dannatamente complicato universo.
Anche la solidarietà è una cosa comoda, maledettamente comoda. Chi non sarebbe solidale contro le vittime di un attentato o di una strage. Chi? Ma questa solidarietà opera qualcosa in noi? O è solo il modo più semplice per placare le nostre coscienze?
Questo mi chiedo oggi. Quella bambola a fianco di una bambina morta per me è uguale al pensiero di tutti i bambini che muoiono ogni giorno. Io non ce la faccio a sentirla diversa. Potrebbe essere mia figlia. Vero. Ma ogni bambino lo è. È morta perché qualcuno l’ha deliberatamente uccisa? E chi ha ucciso l’ultimo bimbo annegato al largo dell’Adriatico? Chi quello abbandonato dai genitori espropriati dai loro terreni dalle multinazionali che ci nutrono ogni giorno? Chi?
Allora non possiamo fare nulla? Neanche piangere delle vittime innocenti? Ovvio che non è così. È come dopo una sconfitta, certo che è giusto piangere. Ma piangere davvero, in silenzio e col pensiero pronto a cambiare le cose. A cambiarle nella nostra vita. Ma cambiarle costa fatica. Perché il mondo non si cambia il giorno dopo una strage si cambia ogni giorno. Con l’esempio soprattutto. Non c’è scampo. Con piccoli gesti quotidiani. Piccoli e costanti. Piccoli e instancabili. Come i bambini.
Avranno la meglio se noi non iniziamo a riprenderci la nostra cultura, che non ha nulla a che fare con la religione, con la solidarietà, con l’Occidente. È una cultura fatta di autenticità, di sudore, di semplicità, di rispetto per il mondo e i suoi abitanti. Di rispetto per la vita. Di amore. Quello che ci è stato tolto non ce l’hanno tolto gli estremisti islamici, abbiamo fatto tutto da soli. Ma è una buona notizia, da soli possiamo tornare noi. Tornare umani.
 Maiolati Spontini, venerdì 15 luglio 2016


martedì 7 giugno 2016

Una lettera d'amore sul caos a Roma!


Onestamente ho avuto dei problemi a scrivere un articolo su Roma. Mi è stato chiesto di farlo già all'inizio dell'anno, ma ho pensato fosse un terreno scivolosissimo perché... che vi devo dire, amo la mia città. E allo stesso tempo, proprio perché la amo, ci sono innumerevoli cose che mi fanno incazzare. All'epoca non avevamo già più un sindaco, ma non era ancora partita quest'ondata di sgomberi e chiusure di associazioni culturali che nelle ultime settimane ha fatto parlare di Roma in termini ancora più negativi e apocalittici.
A differenza di molti, però, non penso sia utile buttare benzina sul fuoco: mettiamo che la tua città sia un cesso, che fai, spalmi di merda le mattonelle? Adesso poi che siamo nel pieno delle elezioni e ci aspetta una "svolta", figuriamoci (quale svolta?, a proposito?).



La più grande canzone dedicata a un sindaco di Roma, l' amatissimo" Franco Carraro, personaggio che oggi vanta innumerevoli tentativi di imitazione.

Insomma, è ora di parlare di Roma in un altro modo, guardandola da un altro punto di vista. Nel frattempo, se qualche città d'Italia volesse accollarsi il Vaticano, uno dei cancri della nostra città, e proporsi come capitale sarebbe molto meglio: si accomodi, ma non credo che reggerebbe tanto; puntare il dito è molto più facile se non si vivono sulla propria pelle certe cose. E a noi questa situazione di "capro espiatorio" ce la impongono ogni giorno: quando ti accusano addirittura di bruciare vive le perone solo perché siamo a Roma vuol dire che si sta perdendo la brocca.
In poche parole, se Roma fa schifo a tutti, rendetevi conto che chi fa Roma siamo noi: è una realtà dei fatti che viene costantemente negata, non prendiamoci in giro. E quindi sapete che c'è? Siccome mi fate cagare voi e le vostre lagne, mi rifugio nel passato di una Roma che forse non vi ricordate più, perché avete la memoria corta. Ma dal passato possiamo interrogarci sulle risposte che cerchiamo ora, guardandoci allo specchio per vedere quanto cazzo siamo invecchiati male.
Lo spunto per questa riflessione l'ho avuto durante una ricerca sui video di propaganda elettorale. Durante questa operazione mi è caduto l'occhio su un filmato del 1981, realizzato dal PCI per le elezioni comunali dello stesso anno: si tratta di una docufiction di Giorgio Ferrara, il fratello di Giuliano Ferrara conosciuto principalmente per aver diretto il Festival dei due Mondi, girata quando ancora il fratello non leccava il culo alla destra. Ma è anche un documento eccezionale, con protagonisti Ninetto Davoli e Franco Citti, che girano per la città monitorando i progressi fatti dalla giunta di sinistra dell'epoca; con loro c'è anche il figlio di Ninetto, Pier Paolo il nome potete immaginare da dove viene che oggi fa il tatuatore. Nel gran finale risuona la storica "Roma Capoccia", interpretata da un Venditti in pieno periodo combat di cui ricordiamo in tempi recenti il botta e risposta con Salvini in cui ha messo quest'ultimo al suo posto, cioè quello di chi di Roma non ne sa un cazzo. A un certo punto il gruppetto va a parlare direttamente con il sindaco, che all'epoca era Luigi Petroselli.
Ecco: Petroselli, anche se ero troppo piccolo per ricordarmelo, sembrava un sindaco degno di questo nome. E non a caso pare sia stato dimenticato, o come minimo polverizzato nella memoria come una polaroid lasciata al sole a essiccare.
Petroselli era uno che metteva al centro le borgate e la cultura dell’ Estate Romana ' fu inventata da Renato Nicolini, prima sotto la giunta di Argan e poi quella di Petroselli) e che tentava di appianare un gap evidentissimo senza scavare fossati fra una parte della città e l'altra: la pedonalizzazione dei Fori Imperiali era una mano tesa in questo senso, e guarda un po' ancora adesso è un progetto incompiuto. Petroselli lavorava per unire la città attraverso i mezzi di trasporto: come la metropolitana, la cui missione di collegare ogni parte di Roma ancora oggi non è stata realizzata la metro C, infatti, oltre a essere stata aperta dopo millenni, è separata dalle altre, come dire, "Ok, potete spostarvi, ma ricordatevi che siete sempre in una zona 'non grata'."
Ma Petroselli era anche uno che sconfisse le baracche con un piano mirato di edilizia popolare—o meglio, ci ha provato a farlo mirato, perché sconfiggere del tutto i palazzinari a Roma è tosta. In queste baracche ci abitavano gli "zingari" di allora, i poveri di sempre. Mentre oggi, non a caso, non c'è nessun progetto serio per ovviare a queste problematiche: perché i vari "via - basta - facciamo i muri" se avete un cervello nel cranio potete capire che non funzionano: non avete a che fare con zanzare ma con esseri umani a cui dopo gli rode il culo il triplo. E Petroselli a livello di umanità ci stava dentro: viveva all'Arco di Travertino, a pochi passi da Torpignattara, vivendosi la periferia nel quotidiano al di fuori dei lussi delle "grandi bellezze" di stocazzo.
Si potrebbe obiettare che anche il suo sia il solito mito costruito in mancanza di meglio, ma il silenzio delle istituzioni negli anniversari della sua nascita e della sua morte ci fanno capire che stare dalla parte di chi fondamentalmente fa la città—cioè la gente vera—non paga. Anzi, si rischia pure di risolvere i problemi: e poi chi può specularci più? Cosa ci scriviamo su 'sto giornalino qui? Con chi ce la prendiamo per poter sviare le l'opinione pubblica sulle nostre reali malefatte? L'economia non va mai fermata nella sua costante ricerca di nuovi spaventapasseri e schiavi da punire, e mi pare che stiamo riuscendo benissimo a darle una mano.
Certo, è anche vero che non siamo più nel 1981. Ormai anche i poveri di spirito non possono entrare nel regno dei cieli: non vorrei scomodare ancora una volta il povero Pasolini, ma in La terra vista dalla luna”  lui aveva già inquadrato il romano del futuro, completamente rincoglionito dal consumismo che lo spinge a girare su se stesso come un criceto. Mozzicare un tronchetto di legno ovvero sparare sulla croce rossa di una Roma incastrata su se stessa, non fa di te una feroce belva, un duro, nulla di tutto ciò; chi fa di te un duro è l'autocritica, il guardarsi dentro e togliere la merda prima da se stessi per essere poi pronti a cozzare le zanne su una quercia. Non è Roma ad avere colpe e nemmeno i romani: si tratta prima di tutto di un problema degli uomini moderni, che ormai si nutrono delle proprie feci e ne gioiscono pure.
Nonostante tutte queste polemiche, molti romani che "parlano parlano" hanno con Roma una rapporto "mammone"—della serie: esiste solo lei e il resto sticazzi, la critico ma non me ne separo perché non vedo altro. Sono quelli che appena se ne vanno da Roma e dalla carbonara hanno una specie di mal d'Africa che gli impedisce di stare più di una settimana all'estero. Per fortuna, essendoci un alto tasso di emigrazione, si tratta di una minoranza, o almeno lo spero, ma qualcosa di vero, in questo, c'è anche a livello universale. Cioè che Roma è una religione: non a caso nel Rugantino e nel Marchese del Grillo ci si rivolge a lei come se fosse una divinità, un'entità a parte, e questo è verissimo.
Anche la tipologia conservatrice del "romano de Roma" non attacca, perché il romano vero è ironico, tollerante, aperto ai mondi, e soprattutto non è romano da generazioni: nasce già misto. Io stesso sono figlio di Sicilia e Lombardia e ho amici cinesi più romani di me. E appunto, Roma è ospitale: se si mangia in tre si mangia anche in quattro. Ovviamente prende per il culo tutti, anche pesantemente, senza peli sulla lingua, ma è un modo per vedere le reazioni dell'altro: se quello capisce che è una provocazione, allora è "uno de noi," altrimenti si nota che è di "un'altra pasta, con la puzza sottarnaso," perché devi saper rispondere.
E questo tipo di romanità è la bellezza di Roma. Dicono che siamo lavativi e che "magnamo" sugli altri, ma la verità è che viviamo il tempo in maniera diversa: è un tempo "psichedelico", si allarga e si accorcia a piacimento. Il romano lavora anche quando nun je va e cerca di farlo in maniera ragionata, o di farsela prendere bene anche quando ne deve fare tre per campare: ovvio che farebbe a meno di lavorare e che se può cerca di fare il massimo col minimo sforzo, come tutte le persone sane di mente, ma è pur sempre un "faticone." Roma è un po' Venezia, perché noi stiamo solo apparentemente sulla terraferma, nella nostra testa è come se Roma poggiasse sull'aria: a volte sembra anche non esistere, sulla cartina della terra.
C'è infatti da sfatare anche il mito della città eterna, cristallizzata: Roma in realtà è sfuggente, evanescente, quasi non esiste, è più che altro un modo di sentire. La bellezza di Roma sta non tanto nel suo essere "antica" quanto nel fatto di essere tante città in una sola, in costante mutamento e rinnovamento, e ovviamente in forma conflittuale. È sicuramente un tratto tipico di molte metropoli, ma a Roma questa sensazione di straniamento perpetuo è molto forte: basta cambiare marciapiede e già si respira un'aria diversa. La vera Roma è quella che i turisti non vedono, quella dei quartieri bassi, dove ci sono zone che nemmeno i romani conoscono bene, perché magari al centro ci vanno tutti, ma non tutti vanno nelle periferie. E quindi qui si possono trovare anche tesori nascosti, oasi di verde, posti suggestivi e surreali, da favola.

Basti citare il parco dell' Insugherata, un vero paradiso. Un luogo dove la natura pare tutt'uno con la città e vive in essa indisturbata. Come questo possa essere possibile è molto chiaro: Roma è qualcosa di caotico, un caos che però ha tutta la forza positiva dell'entropia. Anche dal punto di vista urbanistico è una specie di randomizzazione curiosa: ci trovi il quartiere Coppedè, con le sue meraviglie, come il futuristico Corviale; ci trovi l'archeoparco del Quartaccio, un quartiere soprannominato il "Bronx" come il parco degli acquedotti; ci trovi posti dimenticati dal signore, per certi aspetti ancora rurali, come Ponte Galeria o le zone poco fuori Ottavia, che incominciano a diventare i nuovi quartieri del futuro. E poi il parco dell'ex manicomio di Santa Maria della Pietà, le sterminate "radure" di Torre Angela, insomma, da questo punto di vista Roma non lascia mai a secco la tua curiosità. Sempre parlando della "magia" di Roma: non è che io voglia sottovalutare il centro storico. Ma trovo sia più bello quando effettivamente fai finta di essere un perenne turista, quello che poi si è sempre se si viene dalla periferia.
Apparentemente questo è un male, perché in fondo essere turisti a casa propria non è proprio il massimo: anche perché ormai, in mano com'è ad americani e gente coi soldi, il centro ha perso quella veracità di un tempo, ha perso aderenza alla sua base. Ma allo stesso tempo è una figata perché ti porta lontano, in altre epoche, come se passassi in una macchina del tempo. A volte anch'io faccio finta di essere un turista e chiedo indicazioni, perché non so mai bene dove mi trovo: mi sono sempre rifiutato di fissare dei punti di riferimento, nel centro di Roma mi ci perdo volentieri; è sicuramente meglio perdercisi che non conoscerlo a menadito e perdere lo stupore degli inizi.
Quando ero adolescente, vivendo tra Primavalle e Torrevecchia, andare in centro era un po' come passare da un paese a una città: sognavo di essere rapito da qualche ragazza del centro che mi portava nei suoi salotti sgargianti a farmi vivere notti magiche, lo confesso. Anche se dentro ci vivono ratti grossi quanto un uomo, quella che sale dal Tevere è un'atmosfera particolare, che ti dà sempre una botta al cuore: col suo carattere fra il malinconico e il saggio, sembra un vecchio eremita che scorre brillando lungo il tempo. Il fatto che non sia più biondo come una volta ha portato qualcuno a prometterne la bonifica in campagna elettorale, e sappiamo che l'unico modo per farlo è—come al solito—negare il potere. E non mi pare ci siano i presupposti per questo, a meno di non fingere di essere in un film Disney comprato in un centro commerciale. Lì sta il punto.
Se ci sono un sacco di problemi che ci succhiano l'anima a Roma troviamo il modo di dribblarli. E non per lassismo ma perché siamo stufi di un continuo latrocinio. Si combatte il potere coi mezzi che si hanno a disposizione, nel quotidiano: è al bar che si crea il vero Campidoglio, con il confronto diretto dove anche nemici acerrimi arrivano a darsi le pacche sulle spalle guardandosi negli occhi e magari a volte abbassandoli pure. Ma arrivano anche a menarsi di cazzotti, che è sicuramente meglio di prendersi per il culo con il confronto "democratico" in stile televisivo; a meno che non siano delle scellerate teste di cazzo, si rispetteranno di più.
In questo senso, c'è da dire che la Roma dei vari Fellini e dei "volemose bene" non è vera, è una "cinesata". Ho sempre trovato fastidiose quelle messe in scena che si vedono in film come Roma, appunto: le magnate sguaiate, quell'estetizzazione della matrice popolare; e poi, via Veneto sanno tutti che è una monnezza, Fellini è stato un genio a crearci intorno una "situazione" immaginaria che poi è diventata reale per questioni turistiche. Il problema è che ora questa cosa rovina tutte le interpretazioni filmiche di Roma: di questa città, a parte pochi esempi come Nico D'Alessandria, tutti catturano solo la parte superficiale, quella che non si sporca le mani ma semplicemente l'anima, e la cosa inquietante è che lo fanno anche quando si occupano delle periferie—e non è proprio l'immagine che vorremmo dare all'estero, non siamo una cartolina iperrealista. Se ci sono delle teste di cazzo a Roma, meglio così: non riconoscerle è già esserne complici.
Se davvero esiste questa cappa di "cloroformio," se c'è davvero "l'abbandono di Roma" di cui tanti parlano, questo è dovuto sicuramente al potere temporale di Chiesa, stato e mafia e al fatto che sì, molti romani, anche in buonafede o senza rendersene conto, sono bloccati da questo "patriarcato" inconscio. Dietro questo, ovviamente, c'è l'abuso di potere. Non starò qui a menarvela: Roma sopravvive a tutto, anche ai suoi abitanti, per cui si può sputare merda quanto si vuole ma è come dare la colpa a un grosso animale coriaceo di non tirare fuori gli artigli per uccidervi tutti visto che gli succhiate il sangue. Siete voi a dovervi dare una regolata.

In conclusione, e senza cadere nell'agiografico perché nessuno è uno stinco di santo rimane l'amaro in bocca e la nostalgia per un'era, quella di Petroselli, nella quale nonostante si fosse in piena guerra civile fra opposte fazioni e ci fossero dei disagi trentamila volte peggiori di quelli di oggi sembrava che qualcosa si muovesse. O meglio: si faceva caso al movimento. Ora invece fa più comodo chiudere gli occhi e aprire le fauci, magari per farsi imboccare.


Ma in quel caso non si è romani: come dice Alberto Sordi nel film In nome del popolo sovrano  di Luigi Magni, manco fosse Chomsky: "Popolo, ma che te sei messo in testa? Ma che vuoi? Vuoi comanna' te? E chi sei? Sei papa? Sei cardinale? O sei barone? Ma se non sei manco barone chi sei? Sei tutti l'altri! E tutti l'altri chi so'? Rispondi! Rispondi a me, invece di assalta' i castelli! So' li avanzi de li papi, de li cardinali, de li baroni, e l'avanzi che so'? So' monnezza! Popolo, sei 'na monnezza! E vuoi mette' bocca? Ma se non c'è nessuno che ti dice, quando t'alzi la mattina, quello che devi fa', dove sbatti la testa? Che ne sai? Sei andato a scuola? Sai distingue' il pro e il contro? Tu non sai manco qual è la fortuna tua, perché sei 'na monnezza!" Lasciate stare Roma, pensate al mondo. Daje.

Maiolati Spontini, lunedì 7 giugno 2016

domenica 29 maggio 2016

La vera storia della Bella Addormentata nel bosco...


Come molte fiabe tradizionali, La bella addormentata esiste in numerose varianti; gli elementi essenziali della trama sono talmente diffusi da potersi considerare un tema ricorrente del folklore. Nella classificazione Aarne Thompson, questo tema è identificato dal numero 410.
La versione più antica in cui il tema è attestato (se si eccettua la storia di Brunilde, l'eroina addormentata della Saga dei Volsunghi, di origini ancora più remote) è considerato il roman di Percetorost   del 1340, ambientato all'epoca dei Grerci e dei Troiani , ed incentrato sulla principessa Zellandine, innamorata di Troylus. Il padre della principessa mette il giovane alla prova per verificare se è degno di sua figlia, e, non appena egli è partito, Zellandine cade in un sonno incantato. Al suo ritorno, Troilo la trova addormentata e la mette incinta nel sonno. Quando il bambino nasce, è lui a risvegliare la madre, rimuovendo il filo di lino che causava il suo sonno. Alla fine Troylus sposa Zellandine.
Alla versione pubblicata ne I racconti di Mamma Oca di Charles Perrault  La belle au bois dormant, si deve il titolo con cui oggi la fiaba viene comunemente indicata. Perrault, che prese il tema da Sole, Luna e Talia, lo edulcorò notevolmente: avendo dedicato le sue fiabe ad una dama e avendole date alle stampe rivolto ad un pubblico dell'alta borghesia, cercò di rimuovere dalla fiaba ogni aspetto perturbante ed enfatizzare valori morali quali la pazienza e la passività della donna.
Una versione parzialmente simile, nella prima parte, a quella di Perrault si trova nei Kinder –und Hausmarchen ( 1812 ) dei Fratelli Grimm , col titolo Rosaspina. La versione dei Grimm corrisponde a quella di Perrault solo fino al risveglio della principessa; questa parte è anche quella più nota al pubblico moderno e corrisponde alla versione Disney.

Italo Calvino, nella raccolta Fiabe italiane , descrive e cataloga molte altre versioni del tema.
Un'altra versione proviene dall'antica Scandinavia. La credenza nelle nome, nata dalla fede fondamentale nel destino, fu certamente assai radicata. In una saga la venerazione per queste figure è indicata fra le consuetudini a cui deve rinunciare chi si converta al Cristianesimo. Dai sostenitori della nuova religione esse furono senza dubbio relegate fra gli esseri demoniaci e stregoneschi. Nella breve storia di Norna-Gestr esse sono intese come maghe e indovine. Ivi, si spiega perché Gestr fosse detto Norna-Gestr. Egli stesso narra che alla sua nascita il padre aveva invitato alcune donne dotate di capacità divinatorie, le quali in cambio di doni e banchetti predicevano il futuro delle persone. Da lui, ancora nella culla, erano venute tre di queste indovine. Non a caso, le norne sono tre: Urd (il Passato), Verdandi (il Presente) e Skuld (il Futuro). Le prime due gli avevano preannunciato un futuro felice, poiché egli sarebbe stato dotato di molte qualità e potente. La terza, che era la più giovane, tenuta in poca considerazione e perciò assai irritata, aveva invece predetto che il bambino non sarebbe vissuto a lungo: la sua vita si sarebbe consumata rapidamente proprio come una candela che ardeva in quel momento accanto a lui. Una delle tre norne aveva perciò spento quella candela e consegnandola alla madre di Gestr le aveva ingiunto di non riaccenderla. Ella teneva con sé quella candela, sapendo che il giorno in cui l'avesse riaccesa sarebbe stato quello della sua morte.
Un'ultima versione è quella raccontata nel film Maleficent,  in cui la storia è più incentrata su Malefica, sul suo passato e sui motivi che l'hanno spinta a fare il sortilegio alla principessa.
Per celebrare il battesimo  della tanto sospirata figlioletta, un Re e una Regina invitano tutte le fate del regno affinché le facciano da madrina. Ognuna delle fate dona qualcosa alla neonata: chi la bellezza, chi la saggezza, chi il talento musicale. Sopraggiunge una fata cattiva, che non era stata invitata e per vendicarsi dell'onta dona alla bambina una maledizione: "Prima che il sole tramonti sul suo sedicesimo compleanno ella si pungerà il dito con il fuso di un arcolaio e morrà!" (Strega Malefica nella versione Walt Disney); “La figlia del re a quindici anni si pungerà con un fuso e cadrà a terra morta.” (nella versione fratelli Grimm). Una delle fate buone, pur non potendo annullare l'incantesimo, lo mitiga, trasformando la condanna a morte in quella di 100 anni di sonno, da cui la principessa potrà essere svegliata solo dal bacio di un principe .
 
Per impedire che la profezia  si compia, il Re bandisce gli arcolai dal suo regno; ma la principessa, all'età di 15 anni, per caso incontra una vecchia che sta tessendo, e il suo fato si compie. La fata buona, sopraggiunta per aiutare la sua figlioccia, fa addormentare insieme alla principessa l'intero castello.
Col tempo, il castello incantato si copre di una fitta rete di rovi , tale da impedire a chiunque di penetrarvi.
Dopo 100 anni un principe giunge al castello, e miracolosamente i rovi si aprono dinnanzi a lui. Il principe trova la principessa, e se ne innamora a prima vista. Il suo bacio la risveglia.
Nella seconda parte della storia, che non compare nella versione dei Grimm ed in altre successive, il principe sposa la principessa e ha da lei due figli, una femmina e un maschio, Aurora e Giorno. Egli tuttavia nasconde il suo matrimonio e i suoi frutti alla madre, che discende da una famiglia di orchi divoratori di bambini.
Quando l'orchessa scopre la famiglia segreta del figlio (ormai diventato re), decide di sterminarla. Non appena il re si allontana dal castello, l'orchessa ordina che i suoi nipoti siano serviti per cena. Il cuoco salva i piccoli con un inganno, servendo alla padrona un agnello invece del bambino e una capretta invece della sorella. Quando la padrona chiede che venga servita la principessa, ancora il cuoco la inganna servendo del cervo. Scoprendo infine l'inganno, l'orchessa si prepara a uccidere la principessa e i suoi figli gettandoli in un cortile fatto appositamente riempire di vipere e altre creature velenose; il rientro repentino del re, però, manda a monte i suoi piani. L'orchessa, scoperta, si suicida gettandosi fra le vipere.
La protagonista cambia il suo nome a seconda della versione. In Il Sole, la Luna e Talia, si chiama Talia (il Sole e la Luna sono i suoi bambini). Perrault non le dà un nome, definendola semplicemente «la princesse». Chiama invece sua figlia «Aurore» Petr ll’ ic Cajkoyskijtr trasferisce questo nome dalla figlia alla madre e chiama Aurora la principessa, come farà poi Walt Disney (non a caso anche le musiche del film sono tratte dal balletto di Tchaikovsky). Nella versione dei Grimm la principessa è invece chiamata Rosaspina (con riferimento ai cespugli di rovi che circondano il castello durante il suo sonno centenario, rendendola irraggiungibile); questo nome però le viene attribuito non dai genitori, ma dal popolo, quando, con il passare degli anni, ella si trasforma in una figura leggendaria. Anche questo soprannome sarà utilizzato nel film Disney, nella parte del film (del tutto inesistente nelle fiaba tradizionale) in cui Aurora è nascosta nel bosco dalle fate.


Maiolati Spontini, domenica 29 maggio 2016

sabato 28 maggio 2016

Irlanda di baie bellissime, isole, valli e scogliere...



L'Irlanda non è solo il paese di baie bellissime, isole, valli e scogliere.Questo paese ha una storia, la cultura e la mitologia come singolare inevitabilmente si riflette nei suoi paesaggi.Qui tutto respira la libertà.Ogni castello, ogni muro, ogni mulino e anche ogni strada rurale ha una storia o leggenda che si tramanda di generazione in generazione.
Sembra che la natura di questo "Emerald Island" è stata creata per gli amanti della solitudine. Il clima impetuoso con venti freddi, anche in estate, le scogliere solitarie e natura selvaggia, il compagno con l'Oceano Atlantico, sembra respingere la folla di turisti.
Tuttavia, coloro che osano visitare questo magnifico posto per altri scopi non sarà deluso affatto. Se non siete persone che esplorano la natura, si può scegliere un altro tipo di passatempo, per esempio, inserire uno dei famosi pub irlandesi per provare la birra.



















Maiolati Spontini, sabato 28 maggio 2016


venerdì 27 maggio 2016

La triste storia del Soldatino di piombo - Andersen



Il soldatino di piombo
Andersen


Mamma, guarda come sono belli! - Esclamò il bambino saltellando dalla gioia.
Il coperchio della scatola di legno, aperto con impazienza, fece ammirare una ventina di soldatini di piombo allineati come in una parata.
Le uniformi rosso fiammante davano ai piccoli militari un fiero portamento: giacche scarlatte, pantaloni blu scuro, copricapi neri con piume rosse e bianche.
Ognuno portava con fierezza il suo fucile.
Il bambino li prese uno ad uno e li mise sul tavolo, guardandoli meravigliato.
L'ultimo gli sembrò molto curioso: rimaneva perfetta-mente diritto, magnifico come il resto della truppa... ma aveva una gamba sola!
Malgrado questo difetto, o forse proprio per questo, aveva uno sguardo più fiero, più audace degli altri.
Subito, il ragazzino lo prese in simpatia e divenne il suo soldatino preferito.
Sulla tavola si trovava anche un castello di carta... Con il tetto d'ardesia, le mura di pietra con i riflessi dorati, la scala con le ringhiere in ferro, questo castello assomigliava ad un maniero feudale.
Era in mezzo ad un parco verdeggiante ricco di alberi e piante multicolori.
Due cigni bianchissimi navigavano maestosamente in un lago di carta argentata.
Ma la cosa più interessante era una graziosa ragazza che stava sulla porta d'entrata: i biondi capelli raccolti in trecce, gli occhi limpidi come l'acqua del lago, il sorriso dolce e attraente, la rendevano la più bella delle ballerine.
Un vestito etereo, stretto in vita, la faceva sembrare ancora più delicata e fragile.
Con le braccia alzate sopra la testa, rimaneva in perfetto equilibrio sulla punta di un piede.
L'altra gamba, tesa in aria, era in parte nascosta dall'ampia gonna.
Dopo essere uscito dalla scatola, il soldato, attratto dalla bellezza della ballerina, non smise di guardarla nemmeno un attimo.
Egli credeva che avesse una sola gamba come lui e questa supposta infermità rinforzava il suo amore appena nato.
Cercò allora di conoscerla e decise di andarle a far visita appena fosse venuta sera.
Per far ciò, era indispensabile che il bambino si dimenticasse di allinearlo nella scatola.
Il soldatino si lasciò scivolare dietro ad un cofanetto e li rimase sdraiato ed immobile.
Come previsto, il bambino rimise i suoi soldati nella scatola dimenticandosi del nostro eroe!
Venuta la sera, il silenzio invase la casa.
Tutti i suoi abitanti dormivano tranquillamente... ad eccezione dei giocattoli.
Nella penombra, incominciò una folle scorribanda: i palloni giocarono ai quattro cantoni, gli animali di peluche fecero alcune piroette e i soldatini di piombo sfilarono al suono del tamburo di un clown variopinto.
In mezzo a tutta questa agitazione, rimanevano tranquille solo la ballerina di carta, che rimaneva nella sua posa acrobatica, e il soldatino di piombo che, nascosto dal cofanetto, continuava a fissarla.
Malgrado la sua aria marziale e la sua prestanza, era timido e ritardava di minuto in minuto il momento dell'approccio.
Questi momenti di esitazione gli furono fatali!
Tutto preso dalla contemplazione della ballerina, il soldato di piombo non si accorse di un losco figuro, uno gnomo nero e gobbo come un diavoletto.
Innamorato follemente della ragazza, vedeva nel soldatino un rivale pericoloso, giovane e bello.
Cieco d'invidia, lo chiamò più volte, ma il giovane militare non lo ascoltò neppure.
Allora lo gnomo lo fulminò con gli occhi e lo minacciò:
- Tu mi ignori! Ma ti accorgerai di me ben presto...
Il mattino seguente il bambino si accorse che il soldatino di piombo era rimasto nascosto dietro al cofanetto; lo prese e lo posò sul davanzale della finestra.
Immediatamente, un malaugurato soffio di vento, o forse il soffio vendicatore del rivale, lo fece cadere nel vuoto.




Il soldatino di piombo

Andersen


Girando su sé stesso, la testa in basso e i piedi in alto, cadde vertiginosamente.
Non potendo chiudere gli occhi, vide avvicinarsi spaventosamente il terreno.
Quando toccò il suolo, la sua baionetta, con la violenza del colpo, si infisse nell'asfalto e così restò, capovolto.
Il bambino si precipitò in strada per cercarlo, ma le carrozze e i passanti lo nascosero ai suoi occhi.
Disperato, ritornò a casa, piangendo la perdita del suo soldatino preferito.
Improvvisamente cominciò a cadere una violenta pioggia estiva.
In un attimo si formarono rivoli di acqua che inondarono gli scarichi che portano alle fogne.
Due sfaccendati videro il soldatino di piombo ed ebbero la curiosa idea di metterlo in una barchetta di carta che stavano costruendo.
Poi deposero l'imbarcazione sull'acqua.

Sballottato, il fragile scafo fu rapidamente preso dalla corrente turbolenta e scomparve in un gorgo buio.
Il soldatino, convinto che il responsabile delle sue disavventure fosse lo gnomo, pensò che fosse giunta la sua ultima ora.
Passò momenti interminabili nell'oscurità, bagnato dagli spruzzi dell'acqua agitata.
Nessun dubbio! navigava nelle fogne...
Infine vide la luce del sole in lontananza.
La luce si fece sempre più forte e divenne un grande orifizio aperto sulla campagna e la liberta.
- Uff! Sono sano e salvo... Sono scampato all'inferno. - Pensò il soldatino sospirando con sollievo.
Invece i suoi dispiaceri non erano finiti: un'enorme topo di fogna dall'aria feroce, bloccava l'uscita.
I suoi occhi acuti avevano notato il naufrago che stava cercando una via d'uscita.
La corrente era cosi forte che il topo, malgrado le sue cattive intenzioni, non poté prenderlo e con rabbia in cuore lo vide allontanarsi...
Dopo l'ultimo scampato pericolo, la barchetta di carta continuò il suo viaggio attraverso i prati e i campi.
Il corso d'acqua s'allargò diventando un ruscello.
In piedi sull'imbarcazione, il soldatino di piombo osservava i fiori che ornavano le rive tranquille.
Dopo questa momentanea calma, i flutti ridivennero violenti, il ruscello si trasformò in una cascata che si riversava in un lago.
Presa da queste correnti, la barca non riuscì a resistere e si capovolse.
Il soldatino di piombo colò a picco.
Addio graziosa ballerina!
Un enorme pesce che girovagava lo prese per una preda di cui era molto goloso, in un solo boccone lo afferrò e lo inghiotti tutto intero.
Per il soldatino di piombo ci fu di nuovo l'oscurità...
Poco dopo, il pesce venne catturato dalla rete di un pescatore del mercato.
Il caso volle che il pesce fosse proprio comprato dalla cuoca al servizio dei genitori del bambino.
Aprendo il ventre dell'animale per pulirlo, fu meravigliata di trovarci il soldatino perduto.
Lo mise sul tavolo, vicino al castello di cartone.
La ballerina gli mandò un sorriso così dolce da cui capì che anche lei lo amava.
Che felicità dopo tante peripezie!
Ma lo gnomo non aveva ancora rinunciato alla sua vendetta.
Malgrado i suoi sortilegi, infatti, i due giovani si amavano.
Per farla finita suggerì al bambino di sbarazzarsi del soldatino con una sola gamba che rovinava la sua collezione.
L'ingrato, dimenticandosi del suo preferito, lo gettò nel caminetto.
Il soldatino si sciolse rapidamente per il calore, ma la testa, ancora intatta, continuava con gli occhi tristi bagnati di lacrime di piombo, a fissare la ballerina. All'improvviso s'aprì violentemente la porta, una corrente d'aria invase la stanza scaraventando il castello di carta sulle braci ardenti. 

Il soldatino di piombo


Andersen

Nello stesso istante prese fuoco e bruciò.
Il giorno seguente, facendo le pulizie di casa, qualcuno mescolò le ceneri, ignorando, contrariamente alle intenzioni del diavoletto, di unire per l'eternità il soldatino di piombo e la ballerina di carta.
A meno che il vento non disperda il piccolo mucchio di polvere grigia!


Maiolati Spontini,  venerdì 27 maggio 2016


mercoledì 25 maggio 2016

Orto di famiglia




Stefano Caccavari

# Cambiamento. Orti al posto della discarica  e un mulino salvato in #Calabria . «L’anno scorso invece di comprarmi un nuovo Mac, ho speso 1.050 euro per produrre 15 quintali di #grano ..." Stefano Caccavari studente di #economia, con le sue imprese ha recuperato il #mestiere  dei nonni e difeso il suo #territorio #agricoltura. 
Progetti condivisi: il mulino calabrese raccoglie online 500mila euro in 90 giorni
E’ bastato postare un appello su Facebook ed è partito il tam tam: Stefano Caccavari, l’inventore dell’orto di famiglia di San Floro, in provincia di Catanzaro, vuole salvare l’ultimo mulino a pietra della Calabria. Rispondono Marco da New York, Salvatore da Miami, Antonio da Pechino. Sono tutti pronti a investire (era tre mesi fa).

Orto di famiglia

I 101 di Mulinum
Un mugnaio in provincia di Crotone cede l’attività. Si tratta ma l’affare non va in porto. Il progetto di un grande mulino che trasformi i grani antichi della Calabria è, però, evidentemente, il sogno di molti: la raccolta fondi supera ogni aspettativa. In 90 giorni l’idea si espande e il crowdfunding è da record: 500mila euro per realizzare la Mulinum srl. Un plafond mai raggiunto in agricoltura. Centouno i soci, compreso Stefano. E’ una startup in piena regola: la segue uno specialista del settore, l’avvocato calabrese Massimiliano Caruso. Tanti gli ortisti di famiglia coinvolti. Il desiderio è di tornare all’antico, di mangiare come una volta. Il miglior investimento possibile per il futuro: c’è chi intesta le quote ai figli.


Stefano con gli zii

A gennaio l’inaugurazione
Ieri sera davanti al notaio Gianluca Perrella, a Catanzaro, dopo la conta degli assegni circolari, si è costituita la società. Che di fatto è già operativa: la molitura del grano, conferito dai contadini della zona, avviene per il momento nel mulino di un partner di Castelvetrano. L’impianto calabrese sarà pronto a gennaio, ma da privati e da panificatori professionali già piovono richieste.

A gennaio l’inaugurazione
Ieri sera davanti al notaio Gianluca Perrella, a Catanzaro, dopo la conta degli assegni circolari, si è costituita la società. Che di fatto è già operativa: la molitura del grano, conferito dai contadini della zona, avviene per il momento nel mulino di un partner di Castelvetrano. L’impianto calabrese sarà pronto a gennaio, ma da privati e da panificatori professionali già piovono richieste.
Da consumatori a mugnai 2.0
E’ allo studio una piattaforma per trasformare i consumatori in mugnai 2.0. Che per ora possono testare la farina bio, macinata a pietra, acquistando piccoli kit da 20 kg. Presto sarà possibile richiedere la mulinum card: 250 euro da spendere in farina e prodotti da forno consegnati a domicilio. Intanto, su 7 ettari di terreno in località Torre del Duca, iniziano i lavori per la più completa filiera del grano naturale. Quattro macine di pietra (due dell’800, marchio “La Ferté”), due forni per produrre pani tradizionali e una pizzeria biologica. Tutte le strutture realizzate in bioedilizia. E solo energia rinnovabile. Molto più di un mulino bianco. Già fervono i preparativi per la festa del grano a luglio. Sarà una trebbiatura social: appuntamenti e indicazioni sul web.


 Maiolati Spontini, mercoledì 25 maggio 2016

martedì 17 maggio 2016

Stefano Rodotà


Stefano Rodotà

"È impossibile disconnettere Camera e Senato, che si implicano direttamente. Il modo in cui si combinano rappresentanza, pluralismo e governabilità definisce infatti la coerenza interna del sistema". Stefano Rodotà torna alla carica e lancia un attacco durissimo alle riforme del premier Matteo Renzi, Senato in primis.
"Il vero oggetto del contendere è ormai l'abbandono del pluralismo costituzionale come elemento costitutivo della forma di Stato e di governo della Repubblica", ha detto il costituzionalista nel corso della sua audizione in commissione Affari costituzionali del Senato, chiamato come esperto in merito al disegno di legge di Riforma del Senato e del Titolo V della Costituzione.
"Se una Camera fosse effettivamente rappresentativa e garantisse l'equilibrio, allora anche una riduzione del Senato a una funzione simbolica o addirittura una sua cancellazione potrebbero non avere effetti dirompenti sul sistema. Ma noi siamo di fronte all'opposto, abbiamo una Camera ipermaggioritaria; da una democrazia rappresentativa passiamo a una di investitura con logica ipermaggioritaria, seguita dal dominio del governo sul Parlamento".
Per rafforzare la funzione di garanzie - ha proseguito il giurista - occorre "permettere al Senato di dare un parere vincolante sul bilancio, sui conflitti di interesse, sulla convalida delle elezioni, le commissioni d'inchiesta e le nomine. Tutte queste garanzie sarebbero vincolate perché fuori dalla logica maggioritaria".

Non sono mancate le critiche all' Italicum, accusato di "produrre effetti distorsivi". Secondo Rodotà, il patto Berlusconi-Renzi "è fondato su proposte che traducono accordi politici volti a garantire i contraenti del patto, con effetti di esclusione e di riduzione della rappresentanza, che vanno al di là dell''intento di evitare frammentazione e garantire la governabilità". Una scelta - ha aggiunto il giurista - "conservatrice, in continuità con la precedente legge elettorale, con dubbi ancora di costituzionalità".

Maiolati Spontini, martedì 17 maggio 2016