domenica 17 aprile 2016

Una stanza tutta per sè...

Una stanza tutta per sé
Virginia Woolf
Nell'ottobre del 1928 Virginia Woolf fu invitata a tenere due conferenze sul tema “Le donne e il romanzo”. È l'occasione per elaborare in maniera sistematica le sue molte riflessioni su universo femminile e creatività letteraria
Monica Farnetti presenta “Una stanza tutta per sé” a Ferrara
La conferenza In Ariostea sarà dedicata a Virginia Woolf e al tema della condizione femminile nelle sue opere
Oggi, venerdì 15 marzo, alle 17 nella sala Agnelli della biblioteca Ariostea si terrà la conferenza di Monica Farnetti, dedicata a Virginia Woolf e ai temi affrontati nelle sue opere, in riferimento soprattutto alla condizione femminile.
L’idea è arrivata come un fulmine a ciel sereno, mentre leggevo un saggio di Virginia Woolf, che s’intitola appunto “Una stanza tutta per sé”, scritto in seguito a due conferenze che l’autrice tenne nel 1928, in due diverse università femminili.

Ho voluto riprendere il titolo del libro, che mi ha colpito fin dal primo momento e che, a lettura terminata, mi è rimasto profondamente impresso per il suo significato.
La figura della stanza viene vista come luogo pregno di significato metaforico oltre che fisico, un ambiente intimo, sinonimo di libertà di riflessione ed indipendenza: un luogo ed una condizione personale che ogni essere umano dovrebbe avere la possibilità di sperimentare e raggiungere.
Tutto ciò che scrivo nella mia stanza nasce dalla mia mente: pensieri, problemi, esperienze, risate, lacrime, sorrisi, urla, brividi, emozioni, speranze, visioni, deliri e bolle di sapone.
Miei, solo miei.
Libero di prendere ciò che più gradisci, ma ricordati chi citare.
Nel caso avessi qualche dubbio rileggi dall’inizio e chiarisciti le idee.
Many thanks
L’appuntamento, dal titolo ‘Virginia Woolf. Una stanza tutta per sé’, rientra nel ciclo ‘Percorsi etici nel novecento europeo’ a cura dell’istituto Gramsci e dell’istituto di storia contemporanea di Ferrara e sarà introdotto da Anna Maria Quarzi.
“Immaginiamo cosa sarebbe successo se Shakespeare avesse avuto una sorella, meravigliosamente dotata chiamata Judith”: parte da questa ipotesi la riflessione di Virginia Woolf sul rapporto tra donne e scrittura, lettura, creatività letteraria, vita e mente.
Una riflessione che si allarga e si infiamma sino a diventare un vero e proprio manifesto sulla condizione femminile dalle origini ai giorni nostri, e che ha costituito una lettura imprescindibile per tutte le donne del mondo.
Nel 1929, nella fase centrale del percorso umano, letterario, artistico di Virginia Woolf (Londra 1882 – Rodmail 1941), si colloca il breve lavoro “Una stanza tutta per sé” recentemente edito nella serie “La biblioteca di Libero” col numero trentanove. L’opera riprende e completa  quanto dall’autrice era stato detto in due conferenze tenute nel 1928 presso due sedi universitarie femminili, la Arts Society di Newnham e la Odtaa di Girton.
Si tratta di un saggio dove in uno stile scorrevole e di facile comprensione la Woolf percorre la storia, soprattutto quella culturale, dai primordi ai suoi giorni evidenziando come la donna abbia avuto in essa un posto sempre ridotto, come non le sia mai stato possibile ottenere “una stanza tutta per sé”, un luogo della casa, cioè, dove potersi dedicare a quell’attività di riflessione, di pensiero richiesta dal concepimento e realizzazione di un’opera letteraria, musicale, figurativa, scenica, scientifica o altra. E non solo “una stanza” ma anche una  rendita annuale (almeno cinquecento sterline) sarebbero occorse ad una donna perché acquistasse quella “libertà intellettuale nel cui seno nascono le grandi opere”. Invece per secoli i tempi, i costumi hanno negato a lei tutto questo  e soltanto adesso, scrive la Woolf, si può dire che lo stia ottenendo come dimostra la sua presenza negli ambiti di lavoro, compreso quello intellettuale.
Un saggio, questo libro, ed  una contestazione, una protesta contro quanto, nella storia, è avvenuto riguardo alla donna anche se lo si deve riconoscere come inevitabile. Lunghe e attente sono le divagazioni che l’opera contiene e che offrono la possibilità di conoscere la posizione della scrittrice e soprattutto quanto, per lei, è collegato con la produzione artistica. Per la Woolf si può pervenire all’arte solo se ci si libera da tutti gli impedimenti che la vita comporta, soltanto se si giunge ad una dimensione sottratta ad ogni contingenza. Si deve vivere solo d’idea se si vuole ottenere un messaggio come l’artistico che supera la quotidianità in nome dell’eternità, il finito in nome dell’infinito, dell’universale. Ogni peso comportato dalla materia deve essere superato ché l’arte è soltanto spirito: far questo, in passato, non si è mai reso possibile per le donne tranne in qualche caso. Esse sono state sempre costrette ad assumersi obblighi, incarichi, mansioni di carattere pratico, materiale, sono state quasi unicamente figlie, mogli, madri, nonne quando non serve o schiave e, perciò, impedite a pensare ad altro. Né per gli uomini è stata sempre possibile quella “libertà intellettuale” che sola conduce all’arte dal momento che soltanto una condizione di vita agiata, sicura, sostiene la Woolf, può garantirla mentre la povertà, la contingenza costringono ad impegni più immediati, più concreti.
Piuttosto limitato, riduttivo risulta il discorso della scrittrice: si vorrebbe riportare a  schemi fissi, unici, inalterabili un fenomeno come l’artistico che, invece, è molto più ampio e più mosso; si vorrebbero stabilire, fissare gli elementi, i modi necessari per pervenire all’arte come se questa fosse un risultato possibile a chiunque segua una determinata linea di condotta. Sbaglia o almeno esagera la Woolf in questo forse perché nel 1929, quando lo ha scritto, l’atmosfera culturale era improntata ad uno spiritualismo così acceso che poteva far alterare i termini di una questione letteraria. La cultura positivista era definitivamente tramontata e pensatori come Freud, Nietzsche, Bergson, avevano rivelato l’esistenza ed evidenziato l’importanza di quanto avviene dietro le apparenze, di quella vita interiore che determina e condiziona l’esteriore. In filosofia, letteratura, arte, i valori dell’idea, dello spirito avevano annullato quelli della realtà , della materia e la Woolf, che parlava di liberazione da ogni peso compreso quello del proprio corpo, va inserita in questo clima così prodigo d’idee e teorie. Inoltre era finita, per lei, la prima fase della produzione, quella realista, ed era pervenuta ad opere come “La signora Dalloway”, “Gita al faro”, “Orlando”, nelle quali le tecniche del “flusso di coscienza”, del “monologo interiore”, l’avevano condotta a vivere e rappresentare i suoi famosi “momenti d’essere”, pensieri, ricordi, sogni, cioè, sottratti allo scorrere del tempo e da riconoscere come infiniti, universali, eterni.
Un’altra, questa, delle cause delle esagerazioni della Woolf?




Maiolati Spontini, domenica 17 aprile 2016



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