Una stanza tutta per sé
Virginia Woolf
Virginia Woolf
Nell'ottobre del 1928 Virginia Woolf
fu invitata a tenere due conferenze sul tema “Le donne e il romanzo”. È
l'occasione per elaborare in maniera sistematica le sue molte riflessioni su
universo femminile e creatività letteraria
Monica Farnetti presenta “Una
stanza tutta per sé” a Ferrara
La conferenza In Ariostea sarà dedicata a Virginia Woolf e al tema
della condizione femminile nelle sue opere
Oggi,
venerdì 15 marzo, alle 17 nella sala Agnelli della biblioteca Ariostea si terrà
la conferenza di Monica Farnetti, dedicata a Virginia Woolf e ai temi
affrontati nelle sue opere, in riferimento soprattutto alla condizione
femminile.
L’idea è arrivata come
un fulmine a ciel sereno, mentre leggevo un saggio di Virginia Woolf, che
s’intitola appunto “Una stanza tutta per sé”, scritto in seguito a due
conferenze che l’autrice tenne nel 1928, in due diverse università femminili.
Ho voluto riprendere il titolo del libro, che mi ha colpito fin dal primo momento e che, a lettura terminata, mi è rimasto profondamente impresso per il suo significato.
Ho voluto riprendere il titolo del libro, che mi ha colpito fin dal primo momento e che, a lettura terminata, mi è rimasto profondamente impresso per il suo significato.
La figura della
stanza viene vista come luogo pregno di significato metaforico oltre che
fisico, un ambiente intimo, sinonimo di libertà di riflessione ed indipendenza:
un luogo ed una condizione personale che ogni essere umano dovrebbe avere la
possibilità di sperimentare e raggiungere.
Tutto
ciò che scrivo nella mia stanza nasce dalla mia mente: pensieri, problemi,
esperienze, risate, lacrime, sorrisi, urla, brividi, emozioni, speranze,
visioni, deliri e bolle di sapone.
Miei, solo miei.
Libero di prendere ciò che più gradisci, ma ricordati chi citare.
Nel caso avessi qualche dubbio rileggi dall’inizio e chiarisciti le idee.
Many thanks
Miei, solo miei.
Libero di prendere ciò che più gradisci, ma ricordati chi citare.
Nel caso avessi qualche dubbio rileggi dall’inizio e chiarisciti le idee.
Many thanks
L’appuntamento,
dal titolo ‘Virginia Woolf. Una stanza tutta per sé’, rientra nel ciclo
‘Percorsi etici nel novecento europeo’ a cura dell’istituto Gramsci e
dell’istituto di storia contemporanea di Ferrara e sarà introdotto da Anna
Maria Quarzi.
“Immaginiamo
cosa sarebbe successo se Shakespeare avesse avuto una sorella,
meravigliosamente dotata chiamata Judith”: parte da questa ipotesi la
riflessione di Virginia Woolf sul rapporto tra donne e scrittura, lettura,
creatività letteraria, vita e mente.
Una
riflessione che si allarga e si infiamma sino a diventare un vero e proprio
manifesto sulla condizione femminile dalle origini ai giorni nostri, e che ha
costituito una lettura imprescindibile per tutte le donne del mondo.
Nel 1929, nella fase centrale del percorso umano,
letterario, artistico di Virginia Woolf (Londra 1882 – Rodmail 1941), si
colloca il breve lavoro “Una stanza tutta per sé” recentemente edito nella
serie “La biblioteca di Libero” col numero trentanove. L’opera riprende e
completa quanto dall’autrice era stato detto in due conferenze tenute nel
1928 presso due sedi universitarie femminili, la Arts Society di Newnham e la
Odtaa di Girton.
Si tratta di un saggio dove in uno stile scorrevole e
di facile comprensione la Woolf percorre la storia, soprattutto quella
culturale, dai primordi ai suoi giorni evidenziando come la donna abbia avuto
in essa un posto sempre ridotto, come non le sia mai stato possibile ottenere
“una stanza tutta per sé”, un luogo della casa, cioè, dove potersi dedicare a
quell’attività di riflessione, di pensiero richiesta dal concepimento e
realizzazione di un’opera letteraria, musicale, figurativa, scenica,
scientifica o altra. E non solo “una stanza” ma anche una rendita annuale
(almeno cinquecento sterline) sarebbero occorse ad una donna perché acquistasse
quella “libertà intellettuale nel cui seno nascono le grandi opere”. Invece per
secoli i tempi, i costumi hanno negato a lei tutto questo e soltanto
adesso, scrive la Woolf, si può dire che lo stia ottenendo come dimostra la sua
presenza negli ambiti di lavoro, compreso quello intellettuale.
Un saggio, questo libro, ed una contestazione,
una protesta contro quanto, nella storia, è avvenuto riguardo alla donna anche
se lo si deve riconoscere come inevitabile. Lunghe e attente sono le
divagazioni che l’opera contiene e che offrono la possibilità di conoscere la
posizione della scrittrice e soprattutto quanto, per lei, è collegato con la
produzione artistica. Per la Woolf si può pervenire all’arte solo se ci si libera
da tutti gli impedimenti che la vita comporta, soltanto se si giunge ad una
dimensione sottratta ad ogni contingenza. Si deve vivere solo d’idea se si
vuole ottenere un messaggio come l’artistico che supera la quotidianità in nome
dell’eternità, il finito in nome dell’infinito, dell’universale. Ogni peso
comportato dalla materia deve essere superato ché l’arte è soltanto spirito:
far questo, in passato, non si è mai reso possibile per le donne tranne in
qualche caso. Esse sono state sempre costrette ad assumersi obblighi,
incarichi, mansioni di carattere pratico, materiale, sono state quasi
unicamente figlie, mogli, madri, nonne quando non serve o schiave e, perciò,
impedite a pensare ad altro. Né per gli uomini è stata sempre possibile quella
“libertà intellettuale” che sola conduce all’arte dal momento che soltanto una
condizione di vita agiata, sicura, sostiene la Woolf, può garantirla mentre la
povertà, la contingenza costringono ad impegni più immediati, più concreti.
Piuttosto limitato, riduttivo risulta il discorso
della scrittrice: si vorrebbe riportare a schemi fissi, unici,
inalterabili un fenomeno come l’artistico che, invece, è molto più ampio e più
mosso; si vorrebbero stabilire, fissare gli elementi, i modi necessari per
pervenire all’arte come se questa fosse un risultato possibile a chiunque segua
una determinata linea di condotta. Sbaglia o almeno esagera la Woolf in questo
forse perché nel 1929, quando lo ha scritto, l’atmosfera culturale era
improntata ad uno spiritualismo così acceso che poteva far alterare i termini
di una questione letteraria. La cultura positivista era definitivamente
tramontata e pensatori come Freud, Nietzsche, Bergson, avevano rivelato
l’esistenza ed evidenziato l’importanza di quanto avviene dietro le apparenze, di
quella vita interiore che determina e condiziona l’esteriore. In filosofia,
letteratura, arte, i valori dell’idea, dello spirito avevano annullato quelli
della realtà , della materia e la Woolf, che parlava di liberazione da ogni
peso compreso quello del proprio corpo, va inserita in questo clima così
prodigo d’idee e teorie. Inoltre era finita, per lei, la prima fase della
produzione, quella realista, ed era pervenuta ad opere come “La signora
Dalloway”, “Gita al faro”, “Orlando”, nelle quali le tecniche del “flusso di
coscienza”, del “monologo interiore”, l’avevano condotta a vivere e
rappresentare i suoi famosi “momenti d’essere”, pensieri, ricordi, sogni, cioè,
sottratti allo scorrere del tempo e da riconoscere come infiniti, universali,
eterni.
Un’altra, questa, delle cause delle esagerazioni della
Woolf?
Maiolati Spontini, domenica 17 aprile 2016


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