venerdì 12 dicembre 2014

Non posso vivere senza di te

Non posso vivere senza di te
Andrè e Dorin Gorz

Il nostro tempo esalta l’autonomia dell’Io come l’espressione più appagante della nostra libertà e considera la maturità psichica come la capacità di vivere nella più assoluta indipendenza, senza appoggiarsi all'altro

Questo mito della libertà come pura negazione dei vincoli simbolici e affettivi, tende ad irridere su coloro che, al contrario, ammettono la loro vulnerabilità e la loro dipendenza dall'esistenza dell’altro. 

Alla luce della psicoanalisi il sogno di un soggetto che si fa il proprio nome da se stesso è un sogno puramente narcisistico. La vita umana è tale solo se sa riconoscere i propri rapporti di dipendenza senza negarli ferocemente. 

Senza la presenza dell’altro dell’amore la vita perde il suo senso. 

Tuttavia esistono legami dove la presenza dell’amato si è a tal punto insediata in noi stessi che la nostra vita fatica a vivere senza questa presenza. 

Senza questa presenza essa precipita traumaticamente nel buio. Non necessariamente dobbiamo giudicare questi legami come patologici. 

Personalmente tendo a considerare assai più patologico chi vive dell’autosufficienza del proprio Io senza esporsi al rischio del legame. 

Si rilegga in questa luce, per fare un solo esempio, la struggente Lettera a D. di Andrè Gorz. 

La si rilegga senza pregiudizi né morali, né clinici. 

È la storia di un amore grande e irripetibile. 

È la storia di una avventura vissuta dai due protagonisti senza riserve. 

È una storia che ha coinciso con la vita dei due protagonisti. Si può allora giudicare il gesto estremo di Gorz di seguire nel regno dei morti la sua donna persa a causa di una malattia mortale? 

Non sarebbe forse meglio in questi casi tacere? Non sarebbe più opportuno sospendere ogni giudizio di fronte a qualcosa che non si può dire mai del tutto? 

Frequentemente l’esperienza ci mette di fronte alla impossibilità di chi sopravvive all'amato di continuare a vivere. Il suicidio, come nel caso di Gorz, non è il solo modo in cui questa verità può emergere. 

Una morte di crepacuore, una malattia grave, un incidente mortale o una scompensazione psichica profonda possono essere espressioni differenti di questa stessa impossibilità. 

In questi casi l’assenza reale dell’amato risulta impensabile, traumatica, psichicamente indigeribile. 

Non si riesce a trasformare in una presenza simbolica ; la vita non può più continuare perché ha perso il suo fondamento. Freud definiva con l’espressione “lavoro del lutto” la via alternativa a questo annientamento. 

Attraverso la fatica atroce di questo lavoro si può sopravvivere alla perdita dell’amato perché si riesce a trasformare l’assenza reale in una presenza simbolica; l’amato non è più di questo mondo, ma continua a vivere in noi e con noi. 
Massimo Recalcati

13 dicembre 2014

Nessun commento:

Posta un commento