BIANCA
Ho sempre creduto che sarebbe
stato possibile renderla felice.
Tutti mi dicevano, ogni volta che ne parlavo, che non sarebbe mai avvenuto.
Ci
sono riuscita mille volte, invece, nell’ultimo anno della sua presenza. E quella
vicinanza sono riuscita ad instaurarla giorno per giorno, in virtù della
serenità che lei andava acquisendo, per il senso di protezione che riusciva a
provare nel proprio animo, per la costante presenza di una figlia che le
parlava. Quando non ero vicino a lei era
la sua amica Marina a sostituirmi, inconsapevolmente, con un’autentica
tenerezza e semplicità che riusciva a
trasmettere a Bianca, mia madre.
Marina,
mi raccontò che in un pomeriggio d’inverno, mentre Bianca era a riposare per il
pisolino pomeridiano, lei le tirò su
le coperte per non farle sentire freddo. Mia madre la guardò e le disse “una donna buona come te se ne trovano poche”.
Sono
sicura che, in quel freddo pomeriggio d’inverno, quelle furono le sue precise
parole. Mi sembra di sentirla.
Bianca
era contenta quando poteva manifestare affetto ad altre persone che non fossero
quelle “vicino a lei”, e che si sono
sempre aspettate quel calore materno. Ma lei non riusciva a dimostrare affetto
a chi le stava vicino.
Io
lo sapevo, da sempre.
Bianca ha
sempre sofferto di alessitemia che
letteralmente significa "non avere le parole per le emozioni"
un comportamento psicosomatico dichiarato patologico solo nel 1976.(cit.1)
Una
volta, nell’ultimo anno, ero seduta accanto a lei nella sua camera. Le stavo
parlando, lei era molto tranquilla e serena. Ero vicino a lei senza “intrusioni
indesiderate” esterne o di altre persone.
Solo così lei riusciva a stare bene e ad esprimersi con emozioni spontanee il proprio affetto, con le carezze, il sorriso, le parole e con lo sguardo più dolce che pochi debbono aver visto.
Poi la vidi appoggiare lentamente il capo sulla spalla destra. Capii che stava mancando a se stessa. Mentre provavo paura ho suonato, chiamato, telefonato ed è arrivata subito Giuseppina, che ha salvato lei da quell’assenza ed ha salvato me dal timore di perdere una madre mentre eravamo lì, sole con noi stesse, in quella stanza, lontane da tutto.
Solo così lei riusciva a stare bene e ad esprimersi con emozioni spontanee il proprio affetto, con le carezze, il sorriso, le parole e con lo sguardo più dolce che pochi debbono aver visto.
Poi la vidi appoggiare lentamente il capo sulla spalla destra. Capii che stava mancando a se stessa. Mentre provavo paura ho suonato, chiamato, telefonato ed è arrivata subito Giuseppina, che ha salvato lei da quell’assenza ed ha salvato me dal timore di perdere una madre mentre eravamo lì, sole con noi stesse, in quella stanza, lontane da tutto.
Quante
volte, da quel lontano novembre del 2004, cercando la soluzione migliore, siamo state
insieme al mare, ad eventi
festosi, manifestazioni del venticinque
aprile, ai giardini dove i bambini le
andavano intorno, quante volte le ho inviato cartoline facendo io le firme dei suoi
nipoti e figli lontani, quante volte le ho inviato fiori con le loro firme. So
che le sono piaciute tutte queste cose ma contemporaneamente quelle emozioni la
mettevano in difficoltà per il suo non riuscire a gestirle e che non si
trasformavano mai, a causa della sua malattia, in quel semplice e salvifico benessere
affettivo quando le provava.
Il suo problema lo avevo capito da
tanto tempo ma non sono mai riuscita a farmene una ragione:
L’ho sempre perdonata in ogni sua manifestazione “contro”, per quella natuirale comprensione filiale nei confronti di un genitore in difficoltà, di cui lei non aveva colpa alcuna, se non per quelle sue sofferenze ataviche irrisolte.
L’ho sempre perdonata in ogni sua manifestazione “contro”, per quella natuirale comprensione filiale nei confronti di un genitore in difficoltà, di cui lei non aveva colpa alcuna, se non per quelle sue sofferenze ataviche irrisolte.
Era evidente che riusciva ad
essere felice ogni volta che vedeva Francesca e Alessandra perché loro
conoscevano bene la loro nonna e sapevano “abbracciarla”
e hanno sempre saputo come parlarle.
Bianca ha avuto tutti gli affetti dei suoi tre figli (Edoardo,
Alberto e Grazia), anche se vedeva raramente i suoi dieci nipoti (Ugo, Fabrizio, Elisabetta,
Donatella, Stefano, Alessandra, Francesca, Lorenzo, Chiara, Marta) e quasi mai
i suoi nove pronipoti, ma li ha avuti sempre a disposizione se avesse voluto
chiamarli.
A nulla è servito purtroppo, perché lei non riusciva a risolvere suo problema da sola. Solamente estranei alla sua famiglia che frequentavano, ogni giorno, la sua casa e la sua cucina potevano farla sentire a suo agio, col passare del tempo che lei non voleva far passare.. Purtroppo, il suo forte bisogno di sentirsi utile, a causa di quel vuoto creato dalla sommatoria delle sue antiche sofferenze, era superiore a tutto.
A nulla è servito purtroppo, perché lei non riusciva a risolvere suo problema da sola. Solamente estranei alla sua famiglia che frequentavano, ogni giorno, la sua casa e la sua cucina potevano farla sentire a suo agio, col passare del tempo che lei non voleva far passare.. Purtroppo, il suo forte bisogno di sentirsi utile, a causa di quel vuoto creato dalla sommatoria delle sue antiche sofferenze, era superiore a tutto.
Ricordo
con esatta precisione quel sentimento filiale, carico di aspettative, che mio
fratello Edoardo provava ogni volta
che faceva il viaggio da Agrate Brianza per visitare sua madre con la speranza
di vederla felice, ogni volta.
Con
piacere la conduceva in gita, in auto, ovunque; le raccontava quanto era
orgoglioso della sua famiglia, dei suoi
figli e del benessere conquistato con le proprie forze. E, sempre, sua madre,
pur essendo contenta di sentire suo figlio parlare, non riusciva, pur volendolo,
a dargli la gratificazione che un figlio
si aspetta, sempre e a qualsiasi età. E ogni volta quel figlio innamorato di sua madre ripartiva con lo
stesso immenso dolore ddi sempre, trasformato in rabbia ma che si sarebbe
riversato ancora una volta in nuova speranza alla prossima visita.
Così
Edoardo, non riuscendo a farsene una ragione, sentiva la necessità di
prendersela con qualcuno di noi e quella divenni io, sua sorella, che, non per ingenuità
apparente, ma ancora una volta, per responsabilità, su tutto, capivo la
situazione. E così ogni volta ricevo quelle sofferenze fraterne cercando di
trovare sempre una soluzione possibile per risolvere quei suoi sentimenti di
insoddisfazione per non essere riuscito a ricevere l’affetto che si aspettava.
Edoardo, mio fratello, aveva un cuore
grande e ingenuo come tutti noi e non sopportava quella costante sofferenza a
causa di quel “vuoto” di affetto che non riusciva mai a trovare..
In
una delle sue ultime visite, prima di quel 5 luglio 2005, con la forza delle parole sono riuscita a far abbracciare
Bianca ed Edoardo, dopo alcune tensioni quotidiane. Si sono abbracciati e quel
figlio è stato felice, ma quella madre era ancora sofferente e non è riuscita a
sviluppare, poverina, quella possibilità di curare l’amore di quel figlio che
aspettava da tanto di sentirne il calore.
Bianca
ha vissuta una indipendenza apparente che ha creato tante dipendenze affettive
ai figli, mai risolte, che i nipoti
hanno riconosciuto e intravisto ma di cui anch’essi, forse, per una implacabile
nemesi storica, ne hanno ereditato gli
effetti.
Ricordo
quando mio fratello Alberto andava a trovare mia madre a Villa del Mare a
Senigallia. Ogni giorno passava, la salutava ma non parlavano, mai. Quante volte ho “recitato” la parte della figlia “minore” e sorella “ammirata” parlando dei “loro” avvenimenti più importanti e della
loro vita con tutta la positività possibile che permettesse loro un dialogo. Non ci sono mai riuscita. Non sono mai
riuscita a vederli felici, insieme.
Non
sono mai riuscita a vedere una felicità manifesta nelle loro relazioni pur dopo
tanti cambiamenti avvenuti nelle loro vite. Eppure sarebbe stato semplice,
sarebbe stato semplice volerlo,
sarebbe stato semplice viverlo
applicando tutta l’energia possibile che forse si chiama semplicemente “volontà
di risolvere” ogni ombra, dubbio, sofferenza, semplicemente, con una
espressione attinta da quel sentimento di cui tutti parlano e desiderano provare
ma pochi applicano, che si chiama “amore in ogni sua forma”.
Certamente,
ognuno ha le proprie modalità di amore. Quanto sia reale questa consapevolezza si riesce a leggerla
solo quando quella volontà “non esiste”.
Perché la mancanza di quella “volontà” vive a causa di una sofferenza da
nascondere, che si riflette poi in comportamenti dove si cerca di affermare disperatamente
se stessi distruggendo così ogni disponibilità esterna senza alcuna solidarietà
nei confronti di chi offre aiuto.
So,
per esperienza, che ogni disponibilità risorge sempre perché è fatta di quella
indistruttibile convinzione che un cambiamento è possibile quando finalmente
tutti ci saremo incontrati al momento giusto con il cuore e la mente pronti a
condividere, per una felicità consapevole, la vita che abbiamo.
In
quei giorni di maggio, circa un anno fa, Bianca era serenamente distesa nel suo lettino,
con tutta la stanchezza dei suoi 98 anni, che non le permetteva più di stare
seduta, di andare in giardino. Era,
forse, consapevole che si trovava in una “nuova” dimensione. Anche il suo
respiro aveva bisogno di più ossigeno.
Aveva
sul viso la mascherina collegata alla bombola che aveva sistemato Giuseppina e che
l’aiutava a vivere mentre le stavo vicino a raccontare le cose del giorno. A
volte passava a vederla anche la sua amica Marina a raccontarle quello che in
cucina stavano preparando per la cena.
Quando
è arrivato Alberto a farle visita con Chiara e Marta lei li ha guardato suo
figlio e le sue nipoti, ma ora non aveva più voce, non riusciva più a parlare e
li guardava come non credesse a quello che vedeva. Chissà cosa le sarà passato
nella mente in quei momenti. Cosa stava pensando mentre tutte le persone le
stavano intorno. Forse riusciva perfettamente a capire perché eravamo tutti i
suoi cari, lì, vicino a lei. Mancava Edoardo. Perché non c’era?
Ricordo
ancora con infinito piacere che in quel lontano 25 giugno 2005 mio fratello Edoardo mi telefonò, mentre stavo
andando a prendere nostra madre. Avevo
scelto di festeggiare con lei il mio compleanno passando un giornata al mare, sul
prato più bello a Portonovo, all’ Hotel Emilia. Quella volta mio fratello per
la prima volta mi chiamò alle 8.30 del mattino mentre ero in viaggio verso
Senigallia per farmi gli auguri. Poi sarebbe partito per il Marocco per una
lunga vacanza. Quel giorno vidi Bianca “felice”.
Raffaella le faceva i complimenti per l’ età che non dimostrava, per essere così bella ed elegante.
Fu una giornata perfetta.
Raffaella le faceva i complimenti per l’ età che non dimostrava, per essere così bella ed elegante.
Fu una giornata perfetta.
Tre
mesi di quell’anno, dopo saremmo stati in vacanza, per una settimana di agosto,
su invito dei nostri amici, in un campeggio a Senigallia con la famiglia
della mia amica Carmela. In quel periodo accadde che lasciando amici e famiglia in campeggio, tornando a casa per
andare a trovare mia figlia Alessandra che stava studiando, mi chiamarono da Agrate Brianza, per dirmi che
mio fratello, quella mattina alle 6, Edoardo aveva avuto un infarto ad Agadir,
in Marocco mentre era in vacanza con sua moglie.
Perdere
un affetto di famiglia è difficile e lo fu ancor di più ma per tanti altri
motivi. Pensai subito che dovevo proteggere mia madre che non avrebbe saputo gestire con
le proprie forze il dolore per la morte di un figlio, proprio per quella sua
incapacità alessitemica di come elaborare quel sentimento così tragico per un
cuore difficile come il suo. Aveva allora 91, era uscita da due ictus e tentato,
nella sua sofferenza senile, per ben tre volte di farsi del male. Venne sempre salvata, fortunatamente per
tutti, in tempo.
Per
il suo bene e per la qualità della sua vita decisi con l’accordo dei miei e dei
familiari di mio fratello di non farle sapere che Edoardo ci aveva lasciato.
Purtroppo,
nonostante l’accordo da rispettare come concordato nei giorni della morte di
Edoardo la decisione inizialmente condivisa creò difficoltà di relazioni con la
famiglia di mio fratello. Ma c’era una priorità.
Sono
certa che, per il bene di sua madre, anche
mio fratello avrebbe fatto la stessa scelta, se fosse accaduto a me o ad altri
di morire, mentre quella madre difficile sarebbe stata costretta a sopravvivere
alla morte di un figlio. Non so, forse avrebbe fatto anche altre scelte, ma io che conoscevo mia madre e che le stavo vicina ogni giorno feci la scelta di
proteggerla.
Quando
suo figlio Alberto venne a trovarla a Villa
Celeste, in quel lontano giorno di 15 maggio
2012, il loro rapporto miracolosamente progredì nell’affetto che lei non
poteva dimostrare ma che io, guardandola, vedevo liberarsi da ogni ombra mentre
per suo figlio, vedendo il genitore che stava perdendo forze vitali, trovava
quel percorso della vita, normale, tranquillizzandosi così anch’esso per tutte
le cose non dette.
Quella
sera del 18 Maggio 2012 mentre ero
con Lei ho pensato che mi stesse lasciando dolcemente anche se, e ne ero certa,
non era proprio d’accordo di non esserci più. Anche io non lo ero perché avevo
ancora tanti progetti per il suo futuro e di farle provare quella emozione di
manifestare liberamente il suo amore come voleva senza con quei sorrisi che
avrei voluto aver ereditati nei miei ricordi.
Ma
quella sera Bianca, che nacque ad Albacina il 1° Marzo 1914 ci lasciò tutti ,
alle 22.15 del 18 Maggio 2012 a 98 anni.
Ora sono senza radici...
In quel mese di maggio c’era ancora mio fratello Alberto a ricordarmi la storia dei Grazi quando la nostra famiglia si trovava a Fabriano in Via Gramsci 5, dove la televisione arrivò in casa nel 1960 ed io a 12 anni mi guardai tutte le gare delle Olimpiadi e posso raccontare tutto su Livio Berruti.
Ricordo quando mio fratello, con amorevole pazienza, mi insegnò ad andare in bicicletta quando ero una bambina di sei anni- Alberto è sempre stato una persona gentile e sensibile - :
Ho ancora la preziosa raccolta di tutte le lettere che ci siamo scritte quando era Ufficiale di Marina in Oriente e in Australi. Dai suoi viaggi mi portava sempre molti regali, libri e dischi. In quel periodo lessi Ernest Hemingway, William Shakespeare, e ascoltai sul mio giradischi in Via Gramsci 5 il Jazz caldo di Satchmo as Louis Armstrong, Scheherazade di Nikolai Rimsky-Korsakov., Frank Sinatra di cui andavo fiera mentre tutti , in quel tempo, ascoltavano solo Gianni Morandi:
Sono sola perché quel 29 giugno dello stesso anno, mio fratello prese il largo del “suo mare” con la sua barca e riapprodò sulla spiaggia senza vita. Lui così solo ed ora noi così soli.
Ora
Bianca è in un luogo che non conosco, che certamente esiste. Può chiamarsi
anche paradiso, dove forse è insieme
ai suoi due figli tanto amati dai
quali avrebbe voluto un abbraccio per liberare ogni sofferenza rimasta. Sono
sicura che in quella neverland che da
qualche parte esiste Edoardo, Bianca e Alberto con Liliana, stanno
abbracciandosi, finalmente, senza smettere di raccontarsi con tutto l’affetto
affetto che finalmente si sarà liberato. ..
CITAZIONI
C.1
"Si definisce alessitimia (o alexitimia) un insieme di deficit della competenza emotiva ed emozionale, palesato dall'incapacità di mentalizzare, percepire, riconoscere e descrivere verbalmente i propri e gli altrui stati emotivi. Viene attualmente considerato anche come un possibile deficit della funzione riflessiva del Sé. Letteralmente significa "non avere le parole per le emozioni". Il termine fu coniato da John Nemiah e Peter Sifneos all'inizio degli anni settanta, per definire un insieme di caratteristiche di personalità evidenziate in pazienti cosiddetti psicosomatici. Il nome venne divulgato per la prima volta nel 1976 alla XI Conferenza Europea sulle Ricerche Psicosomatiche."
Moie, 29 Aprile 2013
B.B. 1.03.1915 - 18.05.2012
A mia madre
"Firenze, 5 giugno 2012
«Io non sarò mai vinta. Non lo sarò che a forza di vincere. Poiché ogni
trappola evitata mi rinchiude nell’amore che finirà per essere la mia tomba,
finirò la mia vita in una segreta di pure vittorie. Sola, la disfatta trova
chiavi, apre porte. Per raggiungere il fuggiasco, la morte deve mettersi in
movimento, perdere quella fissità che ci fa riconoscere in lei il duro
contrario della vita. Ci offre la fine del cigno colpito in pieno volo, di
Achille afferrato per i capelli da chissà quale oscura Minerva. Come per la
donna asfissiata nel vestibolo della sua casa a Pompei, la morte non fa che
prolungare nell’altro mondo i corridoi della fuga. Per me, la morte sarà di
pietra. Conosco le passerelle, i ponti girevoli, le trappole, tutte le zappe
della Fatalità. Non mi ci posso perdere. La morte, per uccidermi, avrà bisogno
della mia complicità.Non esiste un amore infelice: non si possiede se non ciò
che non si possiede. Non esiste un amore felice: ciò che si possiede non lo si
possiede più.Non c’è nulla da temere. Ho toccato il fondo. Non posso cadere più
in basso del tuo cuore».
Marguerite
Yourcenar (8 June 1903 – 17 December 1987)
Blog Bianca
Cara Grazia,
vorrei gridarti il mio dispiacere per esserti lontana in questo triste momento ma non ho la voce.
Così con la penna ti dico che sempre con il pensiero e con il cuore ti sono vicina:
Di certo non siamo mai sole: tua madre è dietro di te, come la mia perchè le mamme non muoiono mai.
Spesso se ne vanno prrima di noi per prepararci il miglior posto accanto a loro:
E' questa la condizione che ci dù la forza per riprendere il cammino.
Ti abbraccio forte:
Vittoria"





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