lunedì 10 novembre 2014

Bianca

BIANCA


Ho sempre creduto che sarebbe stato possibile renderla felice. 
Tutti mi dicevano, ogni volta che ne parlavo, che non sarebbe mai avvenuto.
Ci sono riuscita mille volte, invece, nell’ultimo anno della sua presenza. E quella vicinanza sono riuscita ad instaurarla giorno per giorno, in virtù della serenità che lei andava acquisendo, per il senso di protezione che riusciva a provare nel proprio animo, per la costante presenza di una figlia che le parlava.  Quando non ero vicino a lei era la sua amica Marina a sostituirmi, inconsapevolmente, con un’autentica tenerezza e semplicità che  riusciva a trasmettere a Bianca, mia madre.
Marina, mi raccontò che in un pomeriggio d’inverno, mentre Bianca era a riposare per il pisolino pomeridiano, lei le tirò su le coperte per non farle sentire freddo. Mia madre la guardò e le disse “una donna buona come te se ne trovano poche”.
Sono sicura che, in quel freddo pomeriggio d’inverno, quelle furono le sue precise parole. Mi sembra di sentirla.
Bianca era contenta quando poteva manifestare affetto ad altre persone che non fossero quelle “vicino a lei”, e che si sono sempre aspettate quel calore materno. Ma lei non riusciva a dimostrare affetto a chi le stava vicino.
Io lo sapevo, da sempre.


Bianca ha sempre sofferto di alessitemia che letteralmente significa "non avere le parole per le emozioni" un comportamento psicosomatico dichiarato patologico solo nel 1976.(cit.1)
Una volta, nell’ultimo anno, ero seduta accanto a lei nella sua camera. Le stavo parlando, lei era molto tranquilla e serena. Ero vicino a lei senza “intrusioni indesiderate” esterne o di altre persone.
Solo così lei riusciva a stare bene e ad esprimersi con emozioni spontanee il proprio affetto, con le carezze, il sorriso, le parole e con lo sguardo più dolce che pochi debbono aver visto.
Poi la vidi appoggiare lentamente il capo sulla spalla destra. Capii che stava mancando a se stessa. Mentre provavo paura  ho suonato, chiamato, telefonato ed è arrivata subito Giuseppina, che ha salvato lei da quell’assenza ed  ha salvato me dal timore di perdere una madre mentre eravamo lì, sole con noi stesse, in quella stanza, lontane da tutto.
Quante volte, da quel lontano novembre del 2004,  cercando la soluzione migliore, siamo state insieme al mare, ad eventi festosi,  manifestazioni del venticinque aprile,  ai giardini dove i bambini le andavano intorno, quante volte le ho inviato cartoline facendo io le firme dei suoi nipoti e figli lontani, quante volte le ho inviato fiori con le loro firme. So che le sono piaciute tutte queste cose ma contemporaneamente quelle emozioni la mettevano in difficoltà per il suo non riuscire a gestirle e che non si trasformavano mai, a causa della sua malattia, in quel semplice e salvifico benessere affettivo quando le provava.
Il suo problema lo avevo capito da tanto tempo ma non sono mai riuscita a farmene una ragione:
L’ho sempre  perdonata in ogni sua manifestazione “contro”, per quella natuirale comprensione filiale nei confronti di un genitore in difficoltà, di cui lei non aveva colpa alcuna, se non per quelle sue sofferenze ataviche irrisolte.
Era evidente che riusciva ad essere felice ogni volta che vedeva Francesca e Alessandra perché loro conoscevano bene la loro nonna e sapevano “abbracciarla” e hanno sempre saputo come parlarle.
Bianca ha avuto tutti gli affetti dei suoi tre figli (Edoardo, Alberto e Grazia), anche se vedeva raramente i suoi dieci nipoti (Ugo, Fabrizio, Elisabetta, Donatella, Stefano, Alessandra, Francesca, Lorenzo, Chiara, Marta) e quasi mai i suoi nove pronipoti, ma li ha avuti sempre a disposizione se avesse voluto chiamarli.
A nulla è servito purtroppo, perché lei non riusciva a risolvere suo problema da sola. Solamente estranei alla sua famiglia che frequentavano, ogni giorno, la sua casa e la sua cucina potevano farla sentire a suo agio,  col passare del tempo che lei non voleva far passare.. Purtroppo, il suo forte bisogno di sentirsi utile, a causa di quel vuoto creato dalla sommatoria delle sue antiche sofferenze, era superiore a tutto.
Ricordo con esatta precisione quel sentimento filiale, carico di aspettative, che mio fratello Edoardo provava ogni volta che faceva il viaggio da Agrate Brianza per visitare sua madre con la speranza di vederla felice, ogni volta.
Con piacere la conduceva in gita, in auto, ovunque; le raccontava quanto era orgoglioso della sua famiglia,  dei suoi figli e del benessere conquistato con le proprie forze. E, sempre, sua madre, pur essendo contenta di sentire suo figlio parlare, non riusciva, pur volendolo,  a dargli la gratificazione che un figlio si aspetta, sempre e a qualsiasi età. E ogni volta quel figlio innamorato di sua madre ripartiva con lo stesso immenso dolore ddi sempre, trasformato in rabbia ma che si sarebbe riversato ancora una volta in nuova speranza alla prossima visita.
Così Edoardo, non riuscendo a farsene una ragione, sentiva la necessità di prendersela con qualcuno di noi e quella divenni io, sua sorella, che, non per ingenuità apparente, ma ancora una volta, per responsabilità, su tutto, capivo la situazione. E così ogni volta ricevo quelle sofferenze fraterne cercando di trovare sempre una soluzione possibile per risolvere quei suoi sentimenti di insoddisfazione per non essere riuscito a ricevere l’affetto che si aspettava. Edoardo,  mio fratello, aveva un cuore grande e ingenuo come tutti noi e non sopportava quella costante sofferenza a causa di quel “vuoto” di affetto che non riusciva mai a trovare..
In una delle sue ultime visite, prima di quel 5 luglio 2005,  con la forza delle parole sono riuscita a far abbracciare Bianca ed Edoardo, dopo alcune tensioni quotidiane. Si sono abbracciati e quel figlio è stato felice, ma quella madre era ancora sofferente e non è riuscita a sviluppare, poverina, quella possibilità di curare l’amore di quel figlio che aspettava da tanto di sentirne il calore.
Bianca ha vissuta una indipendenza apparente che ha creato tante dipendenze affettive ai figli, mai risolte,  che i nipoti hanno riconosciuto e intravisto ma di cui anch’essi, forse, per una implacabile nemesi storica,  ne hanno ereditato gli effetti.
Ricordo quando mio fratello Alberto andava a trovare mia madre a Villa del Mare a Senigallia. Ogni giorno passava, la salutava ma non parlavano, mai. Quante volte ho “recitato” la parte della figlia “minore” e sorella “ammirata” parlando dei “loro” avvenimenti più importanti e della loro vita con tutta la positività possibile che permettesse loro un dialogo.  Non ci sono mai riuscita. Non sono mai riuscita a vederli felici, insieme.
Non sono mai riuscita a vedere una felicità manifesta nelle loro relazioni pur dopo tanti cambiamenti avvenuti nelle loro vite. Eppure sarebbe stato semplice, sarebbe stato semplice volerlo, sarebbe stato semplice viverlo applicando tutta l’energia possibile che forse si chiama semplicemente “volontà di risolvere” ogni ombra, dubbio, sofferenza, semplicemente, con una espressione attinta da quel sentimento di cui tutti parlano e desiderano provare ma pochi applicano, che si chiama “amore in ogni sua forma”.


Certamente, ognuno ha le proprie modalità di amore. Quanto sia reale  questa consapevolezza si riesce a leggerla solo  quando quella volontà “non esiste”. Perché la mancanza di quella “volontà” vive a causa di una sofferenza da nascondere, che si riflette poi in comportamenti dove si cerca di affermare disperatamente se stessi distruggendo così ogni disponibilità esterna senza alcuna solidarietà nei confronti di chi offre aiuto.
So, per esperienza, che ogni disponibilità risorge sempre perché è fatta di quella indistruttibile convinzione che un cambiamento è possibile quando finalmente tutti ci saremo incontrati al momento giusto con il cuore e la mente pronti a condividere, per una felicità consapevole,  la vita che abbiamo.
In quei giorni di maggio, circa un anno fa,  Bianca era serenamente distesa nel suo lettino, con tutta la stanchezza dei suoi 98 anni, che non le permetteva più di stare seduta,  di andare in giardino. Era, forse, consapevole che si trovava in una “nuova” dimensione. Anche il suo respiro aveva bisogno di più ossigeno.   
Aveva sul viso la mascherina collegata alla bombola che aveva sistemato Giuseppina e che l’aiutava a vivere mentre le stavo vicino a raccontare le cose del giorno. A volte passava a vederla anche la sua amica Marina a raccontarle quello che in cucina stavano preparando per la cena.
Quando è arrivato Alberto a farle visita con Chiara e Marta lei li ha guardato suo figlio e le sue nipoti, ma ora non aveva più voce, non riusciva più a parlare e li guardava come non credesse a quello che vedeva. Chissà cosa le sarà passato nella mente in quei momenti. Cosa stava pensando mentre tutte le persone le stavano intorno. Forse riusciva perfettamente a capire perché eravamo tutti i suoi cari, lì, vicino a lei. Mancava Edoardo. Perché non c’era?
Ricordo ancora con infinito piacere che in quel lontano 25 giugno 2005 mio fratello Edoardo mi telefonò, mentre stavo andando a prendere nostra madre.  Avevo scelto di festeggiare con lei il mio compleanno passando un giornata al mare, sul prato più bello a Portonovo, all’ Hotel Emilia. Quella volta mio fratello per la prima volta mi chiamò alle 8.30 del mattino mentre ero in viaggio verso Senigallia per farmi gli auguri. Poi sarebbe partito per il Marocco per una lunga vacanza. Quel giorno vidi Bianca “felice”.
Raffaella le faceva i complimenti per l’ età che non dimostrava, per essere così bella ed elegante.
Fu una giornata perfetta.
Tre mesi di quell’anno, dopo saremmo stati in vacanza, per una settimana di agosto, su  invito dei nostri amici,  in un campeggio a Senigallia con la famiglia della mia amica Carmela. In quel periodo accadde che lasciando amici e famiglia in campeggio, tornando a casa per andare a trovare mia figlia Alessandra che stava studiando,  mi chiamarono da Agrate Brianza, per dirmi che mio fratello, quella mattina alle 6, Edoardo aveva avuto un infarto ad Agadir, in Marocco mentre era in vacanza con sua moglie.
Perdere un affetto di famiglia è difficile e lo fu ancor di più ma per tanti altri motivi. Pensai subito che dovevo proteggere  mia madre che non avrebbe saputo gestire con le proprie forze il dolore per la morte di un figlio, proprio per quella sua incapacità alessitemica di come elaborare quel sentimento così tragico per un cuore difficile come il suo. Aveva allora 91, era uscita da due ictus e tentato, nella sua sofferenza senile, per ben tre volte di farsi del male.  Venne sempre salvata, fortunatamente per tutti, in tempo.
Per il suo bene e per la qualità della sua vita decisi con l’accordo dei miei e dei familiari di mio fratello di non farle sapere che Edoardo ci aveva lasciato.
Purtroppo, nonostante l’accordo da rispettare come concordato nei giorni della morte di Edoardo la decisione inizialmente condivisa creò difficoltà di relazioni con la famiglia di mio fratello. Ma c’era una priorità.
Sono certa che, per il bene di sua madre,  anche mio fratello avrebbe fatto la stessa scelta, se fosse accaduto a me o ad altri di morire, mentre quella madre difficile sarebbe stata costretta a sopravvivere alla morte di un figlio. Non so, forse avrebbe fatto anche altre scelte,  ma io che conoscevo mia madre e che le  stavo vicina ogni giorno feci la scelta di proteggerla.
Quando suo figlio Alberto venne a trovarla a Villa Celeste, in quel lontano giorno di 15 maggio 2012, il loro rapporto miracolosamente progredì nell’affetto che lei non poteva dimostrare ma che io, guardandola, vedevo liberarsi da ogni ombra mentre per suo figlio, vedendo il genitore che stava perdendo forze vitali, trovava quel percorso della vita, normale, tranquillizzandosi così anch’esso per tutte le cose non dette.
Quella sera del 18 Maggio 2012 mentre ero con Lei ho pensato che mi stesse lasciando dolcemente anche se, e ne ero certa, non era proprio d’accordo di non esserci più. Anche io non lo ero perché avevo ancora tanti progetti per il suo futuro e di farle provare quella emozione di manifestare liberamente il suo amore come voleva senza con quei sorrisi che avrei voluto aver ereditati nei miei ricordi.
Ma quella sera Bianca, che nacque ad Albacina il 1° Marzo 1914 ci lasciò tutti , alle 22.15 del 18 Maggio 2012 a 98 anni.
Ora sono senza radici...



In quel mese di maggio c’era ancora mio fratello Alberto a ricordarmi la storia dei Grazi quando la nostra famiglia si trovava a Fabriano in Via Gramsci 5, dove la televisione arrivò in casa nel 1960 ed io a 12 anni mi guardai tutte le gare delle Olimpiadi e posso raccontare tutto su Livio Berruti.

Ricordo quando mio fratello, con amorevole pazienza, mi insegnò ad andare in bicicletta quando ero una bambina di sei anni- Alberto è sempre stato una persona gentile e sensibile -  :
Ho ancora la preziosa raccolta di tutte le lettere che ci siamo scritte quando era Ufficiale di Marina in Oriente e in Australi. Dai suoi viaggi mi portava sempre molti regali,  libri e dischi. In quel periodo lessi Ernest Hemingway, William Shakespeare, e ascoltai sul mio giradischi in Via Gramsci 5 il Jazz caldo di Satchmo as Louis Armstrong, Scheherazade  di Nikolai Rimsky-Korsakov., Frank Sinatra di cui andavo fiera mentre tutti , in quel tempo, ascoltavano solo Gianni Morandi:


Sono sola perché quel 29 giugno dello stesso anno, mio fratello prese il largo del “suo mare” con la sua  barca e riapprodò sulla spiaggia senza vita. Lui così solo ed ora noi così soli.
Ora Bianca è in un luogo che non conosco, che certamente esiste. Può chiamarsi anche paradiso, dove forse è insieme ai suoi due figli tanto amati dai quali avrebbe voluto un abbraccio per liberare ogni sofferenza rimasta. Sono sicura che in quella neverland che da qualche parte esiste Edoardo, Bianca e Alberto con Liliana, stanno abbracciandosi, finalmente, senza smettere di raccontarsi con tutto l’affetto affetto che finalmente si sarà liberato. ..

CITAZIONI
C.1
"Si definisce alessitimia (o alexitimia) un insieme di deficit della competenza emotiva ed emozionale, palesato dall'incapacità di mentalizzare, percepire, riconoscere e descrivere verbalmente i propri e gli altrui stati emotivi. Viene attualmente considerato anche come un possibile deficit della funzione riflessiva del Sé. Letteralmente significa "non avere le parole per le emozioni". Il termine fu coniato da John Nemiah e Peter Sifneos all'inizio degli anni settanta, per definire un insieme di caratteristiche di personalità evidenziate in pazienti cosiddetti psicosomatici. Il nome venne divulgato per la prima volta nel 1976 alla XI Conferenza Europea sulle Ricerche Psicosomatiche."


Moie, 29 Aprile 2013
B.B. 1.03.1915 - 18.05.2012
A mia madre
«Io non sarò mai vinta. Non lo sarò che a forza di vincere. Poiché ogni trappola evitata mi rinchiude nell’amore che finirà per essere la mia tomba, finirò la mia vita in una segreta di pure vittorie. Sola, la disfatta trova chiavi, apre porte. Per raggiungere il fuggiasco, la morte deve mettersi in movimento, perdere quella fissità che ci fa riconoscere in lei il duro contrario della vita. Ci offre la fine del cigno colpito in pieno volo, di Achille afferrato per i capelli da chissà quale oscura Minerva. Come per la donna asfissiata nel vestibolo della sua casa a Pompei, la morte non fa che prolungare nell’altro mondo i corridoi della fuga. Per me, la morte sarà di pietra. Conosco le passerelle, i ponti girevoli, le trappole, tutte le zappe della Fatalità. Non mi ci posso perdere. La morte, per uccidermi, avrà bisogno della mia complicità.Non esiste un amore infelice: non si possiede se non ciò che non si possiede. Non esiste un amore felice: ciò che si possiede non lo si possiede più.Non c’è nulla da temere. Ho toccato il fondo. Non posso cadere più in basso del tuo cuore».

"Firenze, 5 giugno 2012
Cara Grazia,

vorrei gridarti il mio dispiacere per esserti lontana in questo triste momento ma non ho la voce.
Così con la penna ti dico che sempre con il pensiero e con il cuore ti sono vicina:
Di certo non siamo mai sole: tua madre è dietro di te, come la mia perchè le mamme non muoiono mai.
Spesso se ne vanno prrima di noi per prepararci il miglior posto accanto a loro:
E' questa la condizione che ci dù la forza per riprendere il cammino.
Ti abbraccio forte:

Vittoria"

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